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November 23rd, 2007 — Ebook Revolution, Webismi, eBooks
la questione del modello di business dei 4 device attualmente sul mercato è ‘una’ questione, ma non è ‘la’ questione
Ho iniziato a scrivere questo post ormai quattro volte, cancellando tutto e ricominciando da capo ogni volta, senza capire il perché. Adesso credo di averlo capito: la questione del modello di business dei 4 device attualmente sul mercato (ricordiamoli: Sony Portable Reader, iRex iLiad, Bookeen Cybook Gen3, Amazon Kindle) è ‘una’ questione, ma non è ‘la’ questione.
Si impone dunque per chiarezza un primo intervento, questo, sul modello di business adottato dalle suddette aziende. Ma si imporrà ancora di più un ulteriore intervento (sarà un’altra puntata, abbiate pazienza) sulla questione centrale, ovvero: come l’avvento dei lettori basati su eInk cambierà (se lo cambierà) o sta cambiando (se lo sta cambiando) il modello di business dell’intero mercato dell’editoria digitale?
Per ora dunque limitiamoci a qualche considerazione sulle scelte operate da Sony, Amazon, iRex e Bookeen.
Sony e Amazon tentano entrambi il metodo-iPod, ovvero compra il mio device, grazie al quale potrai comprare i contenuti (in questo caso i libri) protetti da DRM che poi potrai leggere sempre sul mio device. A sorpresa, per quanto mi riguarda, Amazon ha adottato questa politica in termini ancora più restrittivi di Sony, probabilmente pensando di poter fare leva sull’ampiezza dell’offerta di cui dispone in questo settore. Personalmente mi aspettavo, come afferma qui Gaspar Torriero, che Amazon scegliesse di sussidiare, fino a regalare, il device hardware, per avviare una massiccia operazione di vendita dei suoi ebook, sul modello di quanto insegnato dalle compagnie di telefonia mobile. E pensavo (ehm… sì, speravo) che potesse provocare così un generalizzato e immediato abbassamento dei prezzi anche degli altri ebook readers.
Non è stato così, ma la mia impressione è che alle spalle ci siano state (e forse ancora ci sono) parecchie discussioni e diversi pareri dentro casa Amazon. Nel 2005 Amazon compra la francese Mobipocket, formato assai diffuso tra gli ebook e in ulteriore espansione. Nel 2006 Amazon annuncia che sta lavorando a Kindle, che i suoi ebook saranno disponibili solo in Mobipocket e niente più .PDF o altri formati. In questi giorni esce Kindle e si scopre che gli ebook per Kindle (e solo per Kindle!) sono in .AWZ, in pratica un Mobipocket modificato per gestire i DRM (leggi: le proibizioni) di protezione del file.
Risultato: con Kindle puoi comprare e leggere solo gli ebook Amazon in formato .AWZ e i libri in formato Mobipocket libero, ma non puoi leggere né gli ebook in formato .PDF né (e questa mi sembra francamente paradossale!) gli ebook in formato Mobipocket protetto, quelli che tutti i lettori di ebook si sono fino ad oggi comprati da Mobipocket.com, ad esempio.
C’è di più: se non ho Kindle non posso comprare gli ebook in vendita su Amazon. Se ho Kindle e li compro non posso trasportarli su un altro device, neanche su PC, e posso leggerli solo su Kindle.
Insomma, ancora una volta, ha ragione Gaspar: così concepito Kindle è una – bellissima, intelligentissima, comodissima – estensione del negozio di Amazon. Diciamo che è come l’internet banking per il mio conto corrente: non ho più bisogno di andare in banca per gestire i miei soldi, posso farlo dal pc; nel nostro caso: non ho più bisogno di andare al pc per comprare e leggere i libri di Amazon, ma posso farlo direttamente da Kindle ovunque io mi trovi. E se di estensione del negozio si tratta, ciò fa pensare che il modello che aveva, almeno originariamente, alle spalle fosse proprio quello dell’hardware regalato (o quasi) con focus sulla vendita dei contenuti. Ma se è così, chi o che cosa potrebbe aver indotto Amazon a cambiare così radicalmente idea? Appuntiamoci questa domanda per considerazioni future…
Alla luce di quanto evidenziato fin qui possiamo forse sciogliere il dilemma: Kindle è o non è uno walled garden, un bel giardino ma chiuso? Va o non va, in parole povere, contro l’essenza della rete? Su questo credo abbia ragione Ludo (anch’egli intervistato su E-boom): la risposta più corretta è ni. Walled, chiuso, con mura perimetrali ben evidenti e solide, lo è senz’altro. Ma averne in rete di giardini murati così! Voglio dire, prima di arrivare alle mura che chiudono, ce n’è di spazio da percorrere in quel giardino! I contenuti disponibili, e quelli che si aggiungeranno, mettono a disposizione un’offerta che da sola, per quanto chiusa, è già maggiore di tutta quella liberamente e in maniera aperta attingibile – ad esempio – al di fuori di Kindle (per non parlare dell’Italia…): uno walled golden garden.
Al fine di un’analisi dei modelli di business, i gruppi da prendere in considerazione sono perciò tre:
- Sony Portable Reader e Amazon Kindle, gli walled garden
- Bookeen Cybook Gen3 + iRex iLiad e altri newcomers, leggono tutto quello che è possibile leggere (compresi i libri in Mobipocket protetto con DRM), modello open garden, o meglio ancora, modello prateria
- iRex iLiad come gruppo a sé in quanto il suo successo è legato ad altri impieghi e a mercati diversi rispetto al mercato della lettura di consumo, e dunque non è – a rigore – un competitor dei precedenti
Chi vince e chi perde? La risposta, ovviamente, alla prossima puntata!
November 16th, 2007 — Odi et amo, Webismi
[Disclaimer: post lunghino e pallosetto anzichenò]
Metti 80 bloggers a cena, tutti insieme, a Milano. Tipo ieri sera, la Cena Lunga, magnificamente escogitata e mirabilmente organizzata da Giovy: caro Giovy, altro che Facebook! Dico sul serio, e passo a dimostrarlo.
Ok, il piacere di passare insieme con gente che senti affine diamolo per scontato (e ti pare niente!). Ma come la mettiamo con la gracchiante vocina di quello che ti dice “eh, ma dai, ’ste cene dei blogger, sempre lì a parlare delle solite cose ecc. ecc. ecc…”?
Balle. A me ier sera è capitato, senza programmare alcunché, senza rinunciare a nulla della levità dell’occasione, in maniera del tutto naturale e imprevista, quanto segue:
- avere uno scambio niente male con un manager Barilla su cose che mi interessano assai;
- programmare un appuntamento per settimana prossima con quelli di un importante quotidiano nazionale, per questioni relative a ebook ecc…;
- ricevere una richiesta di quotazione per una grande catena di distribuzione su un prodotto di cui mi occupo;
- impostare un lavoro di sviluppo applicazioni su iLiad con uno dei partecipanti, probabilmente uno degli sviluppatori più geniali che abitino la rete in Italia;
- proseguire una trattativa già avviata in sede formale in una sede assai meno formale ma quanto più efficace;
- ecc… (e sottolineo eccetera!)
Senza contare (e ti ri-pare niente!) le idee che – di ritorno da quella serata – mi sono venute in mente ripensando ai rapidi scambi avuti con le persone incontrate lì.
Il punto interessante ora è il seguente: qual è l’insegnamento che si ricava da tutto ciò?
Eccolo: i bloggers, generally speaking, sono gente speciale. Beninteso non nel senso di una differenza antropologica col resto del mondo. Nel senso però di persone in qualche modo segnate da un’esperienza, il blogging, del tutto speciale.
I blog sono a tutt’oggi l’esperienza web più rispondente all’essenza della rete, intesa come molteplicità e pluralità di luoghi e di persone che li abitano, in libera relazione tra loro. E sono queste libere relazioni che nascono in rete a rendere così speciali queste persone, a far sì che quando le metti insieme (possibilmente a tavola) possa sprigionarsi un’energia creativa che nessun seminario o corso o training potrà mai neanche lontanamente sognarsi di produrre.
[Bonus link: le foto della Cena Lunga; i post dedicati alla Cena Lunga]
November 13th, 2007 — Odi et amo, Webismi
Ebbene sì, adesso basta, lo dico: ho resistito, ho aspettato, ho cercato di capire. Ho rischiato perfino di ingannare me stesso: Ma come, piace a tutti, lo usano tutti, non può essere così sbagliato!
E invece no: il re è nudo, e Facebook non serve a niente.
Da quando ho creato un account su Facebook (saranno ormai due mesi, o giù di lì) non sono riuscito a farci altro che:
- accettare inviti di amici
- installare applicazioni (per lo più stupidissime) su invito degli amici
- provare queste applicazioni per scoprirne regolarmente l’inutilità
- visualizzare malgré moi pubblicità di ritardanti dell’eiaculazione precoce o (nel migliore dei casi) di servizi di dating
- disinstallare le applicazioni
- rifiutare l’invito ad installare nuove applicazioni
Ora basta. All’inizio pensavo che i miei fossero pregiudizi: mi sembrava uno strumento contro-natura, rispetto alla natura della rete, intendo. Il tentativo in definitiva violento di voler ridurre la rete a sé, o se preferite il tentativo delirante di voler espandere sé a coincidere col tutto della rete. Invece se la rete ha un senso esso risiede nella pluralità dei luoghi e delle connessioni, nella pluralità e nella fluidità delle connessioni, small pieces loosely joined.
Non erano pregiudizi, ora mi sento di dirlo: Facebook rema contro l’essenza della rete, non fa per me. Magari cambierà, ma per ora, sorry, me ne vado.
[Nel frattempo segnalo che Gaspar se n'è andato anche lui da Facebook, per le scelte pubblicitarie che sta facendo. Mentre di diverso parere - a favore di Facebook, ma per lo stesso motivo per cui io ne scappo ("è il social network definitivo") - è Giovy]
November 8th, 2007 — Webismi
Week.it, settimanale d’informatica niente niente male, chiude. Lo comunica il Direttore, Marco Gatti, con una riflessione controcorrente: mentre tutto il buzz pubblicitario va cianciando di azioni mirate, targettizzate, di geometrica potenza e precisione, la realtà, secondo Marco, pare andare in senso opposto.
“È diventato molto più facile vendere (e acquistare) spazi pubblicitari sui grandi numeri indifferenziati che non cercare di spiegare (e capire) un particolare modello qualitativo basato sulle persone, e la cosa vale anche sul fronte dell’online.”
Mi pare utile riportare integralmente il suo pensiero, magari per raccogliere nei commenti qualche parere, se vi va:
L’ULTIMO DEGLI IMHO
L’editore ha deciso di chiudere Week.it, il settimanale nato vent’anni fa in Mondadori come edizione italiana dell’americano Pc Week. La chiusura è motivata da un conto economico che già da tempo era divenuto insostenibile.
Il problema nasce dal mercato pubblicitario dei periodici business-to-business, e in particolare di quelli del settore Ict, segmento che non si è più ripreso dopo l’euforia degli anni ’90 e la successiva caduta del 2001-2002. Diverse testate d’informatica hanno già chiuso e probabilmente altre seguiranno. I nostri stessi concorrenti diretti – pur pubblicati da editori specializzati nel settore e seguiti da concessionarie altrettanto specializzate – escono da tempo con foliazioni ridotte all’osso, tirature in calo e accorpamenti di numeri che tendono a trasformare la periodicità da settimanale a quindicinale.
Si arriva però a un punto in cui le alchimie non bastano più e i ricavi non arrivano nemmeno lontanamente a coprire i costi, anche se compressi all’osso. L’alternativa estrema sarebbe far scadere la qualità del prodotto, trasformandolo in una sorta di bollettino fatto di comunicati stampa o poco più (o peggio, in un megafono al soldo degli inserzionisti, disposto a navigare in quell’area grigia fatta di “redazionali” e di favori fatti a chi di volta in volta è disposto a pagare quattro lire). Per noi è una scelta inaccettabile. Di qui la decisione di salvare la dignità, accettando la dura legge del mercato che mette in difficoltà non solo noi, ma l’intero settore.
Ovviamente abbiamo sempre saputo che senza pubblicità non potevamo fare nessun giornale, né cattivo né buono. Il nostro modello di business era limpido e in qualche modo simile a quello della tv commerciale: fare un giornale indipendente che, in quanto tale, è richiesto da lettori molto selezionati, che ci amano e che conosciamo uno per uno. Per questo abbiamo sempre ritenuto di essere un eccellente supporto pubblicitario.
In altre parole, abbiamo cercato di fare un giornale interessante in sé, ma per farlo la pubblicità è vitale: mandare un giornalista a un evento o un’intervista significa pagarlo per il disturbo e per il pezzo, che poi va messo in pagina; bisogna quindi pagare la redazione, gli uffici, carta, stampa e spedizione a un target selezionato, la cui costruzione e cura costante porta via molto del nostro tempo. Ciò non significa che un determinato articolo su un’azienda lo paga la specifica azienda (o almeno questo è sempre valso per noi, come i nostri inserzionisti sanno bene), ma solo che quel pezzo non potrebbe uscire affatto se non ci fossero aziende che credono nel progetto complessivo del giornale, scegliendo di comunicare su un mezzo ritenuto interessante dalle persone che chiedono di riceverci e che selezioniamo una per una.
Purtroppo, con la diffusione dell’informatica a tutti i livelli e in tutti i campi, è diventato molto più facile vendere (e acquistare) spazi pubblicitari sui grandi numeri indifferenziati che non cercare di spiegare (e capire) un particolare modello qualitativo basato sulle persone, e la cosa vale anche sul fronte dell’online. Che dire: schiacciati dalla logica di chi ha deciso che è meglio sparare col cannone piuttosto che prendere la mira con cura, molto a malincuore salutiamo.
Marco Gatti
November 8th, 2007 — Webismi
You Are an Excellent Cook
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You’re a top cook, but you weren’t born that way. It’s taken a lot of practice, a lot of experimenting, and a lot of learning.
It’s likely that you have what it takes to be a top chef, should you have the desire…
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Are You A Good Cook?
October 31st, 2007 — Webismi
Ricordate il 16 luglio scorso? Avevo trasferito il blog al nuovo indirizzo, nuovo feed, nuovo tutto, compreso il PageRank di Google riportato da sei a zero. Stamattina è ricomparso in homepage un PageRank 4. Dite quello che vi pare, ma secondo me Google funziona, e anche i nuovi criteri (abbassamento del PageRank per i siti con link testuali venduti ecc. ecc…) mi sembrano sacrosanti.
October 23rd, 2007 — Webismi, eBooks
In perfetto stile old economy Amazon non ha mai detto nulla di ufficiale su Kindle, il suo lettore di ebook ad inchiostro elettronico. Un anno fa lasciò trapelare via Engadget una foto orrenda di un prototipo orrendo. Oggi, sempre via Engadget, scopriamo che facendo un’adeguata ricerca su Amazon appaiono libri “Kindle edition”, con la didascalia Auto-delivered wirelessly to Kindle (anche se cliccando sul link al libro si finisce ancora ad una pagina inesistente). Vuoi vedere che Kindle è pronto davvero?
Fosse così (ed è così), voglio dirlo per l’ultima volta: editori e librai italiani (e parlo a voi, editori e librai established) o vi decidete adesso, subito, ad avere a che fare con questa cosa (e parlo di ebook, ebook readers ecc…), o saranno guai per voi, e anche molto grossi.
Bene. Uomo avvisato ecc. ecc…, torno a lavorare ai miei ebook.
October 15th, 2007 — Comunicazioni di servizio, Webismi
Sto cercando un/una Joomla (+Virtuemart) specialist, in Italia. Scrivere entro e non oltre venerdì 19 a antonio@simplicissimus.it, grazie!
October 8th, 2007 — Comunicazioni di servizio, Webismi

Forse qualcuno ricorda l’indovinello di qualche settimana fa. Ecco la soluzione: da questo ottobre mi occupo della rivista web Tavola, una delle riviste sull’Italian style del Chiosco Peroni.
Nel numero online, una mia intervista ad Ettore Bocchia, pioniere dei principi e delle tecniche della (ormai sempre più diffusa) Cucina Molecolare.
October 1st, 2007 — Mangiare e bere, San-lorenzo.com, Webismi

La dignità dell’uomo risiede nel suo poter fare di ogni cosa un Kultur-Arbeit (diceva papà Freud), un lavoro di civilizzazione. Bene: mangiare all’Ambasciata di Quistello sabato scorso, ospiti di San Lorenzo, con una compagnia tanto casuale e composita quanto piacevole, lontana anni-luce dallo stereotipo dei ghiottoni caciaroni in trasferta, è stata l’esperienza di come anche mangiare possa essere vissuto come un lavoro di civilizzazione, da cui si esce più grandi, più buoni, migliori.
Merito dell’occasione, della compagnia: ma merito dell’Ambasciata di Quistello, dello spirito di quel luogo, di quella cucina, di quelle persone (i fratelli Tamani e i loro collaboratori, fornitori compresi), ristorante che con coraggio raro proprio questo si propone, di offrire cioè all’avventore un’esperienza totale e coinvolgente.
Ne ha parlato Franco Ziliani, che non a caso si è ritrovato alle prese con ricordi ed emozioni dalle radici lontane. E ne ha parlato in maniera straordinariamente pregnante Martino Pietropoli, architetto in Rovigo, autore di The Design Council, in un post che tutti, ma proprio tutti, sarebbero felici di leggere: La fine del minimalismo.
Basta leggere il post di Martino per comprendere quanto concrete siano riflessioni come le sue, che a partire dall’esperienza di un pranzo come quello giungono naturalmente e si direbbe necessariamente a riflessioni di respiro totale e trasversale (sul design, sugli – scusate la volgarità – stili di vita, sulle culture e la storia).
E quanto all’opposto appaiano ormai astratti, volatili, inconsistenti, tutti gli approcci alla cucina, al cibo, alla ristorazione (alta o piccola che sia) che in nome di un rancoroso e piccolo-borghese richiamo alla pseudo-concretezza di un ma in fondo si tratta solo di mangiare dà vita (anche e soprattutto tra i foodblog!) a deprimenti prose in arrampicata libera sugli specchi della vuota gergalità specialistica e di settore.
Un pranzo, un’esperienza estetica (nel senso pienamente filosofico del termine), un ritrovarsi attorno alla tavola (e che tavola!): col cibo e il vino (e che cibo e che vino!) ricondotti al rango loro proprio (e che rango!) di medium del vivere e dello stare insieme. Strappati finalmente dallo status di feticcio cui vengono volgarmente ridotti da troppi sedicenti esperti.