Di tanto in tanto qualcuno dei miei venticinque lettori mi chiede ma che significa quel badge "coffee powered" che hai nel blog?
Non so mai come rispondere, e a forza di non rispondere finisce che tutti mi prendono per un caffeinomane. Non è così. Ho solo un modo per farvi capire quale rapporto ho col caffè: rimandarvi ad una intervista che il mio coffee-Guru Gianni Frasi rilasciò tempo fa a Il Giornale, meritoriamente pubblicata online nel sito del mio amico Luigi Coppini del ristorante La Mongolfiera di Erbusco.
Eccovi un assaggio, ma vi raccomando di leggerla tutta:
Non è curioso che il vocabolario, tanto ricco di sinonimi, in questo caso sia incapace di trovarne, non riesca a compiere alcuna separazione? Caffè è la pianta, caffè è la bacca, caffè è la bevanda, caffè è il luogo dove si beve. Per fortuna nel 1902 ci venne in soccorso un ingegnere milanese, Giuseppe Bezzera, che inventò la macchina per l’espresso. Cosicché la parte esteriore del chicco, cioè la soluzione idrosolubile, il liquido nero, si manifestò sotto, mentre la parte interiore si sublimò sopra, nella forma di un disco dorato, di una luce solida. Ma a contatto con l’abiezione del mondo esterno, questo segno dell’avvento della Gerusalemme celeste, questo sole terreno che gli ignoranti chiamano schiuma, in alcune decine di secondi si dissolve e precipita nel mare di tenebre che lo guarda da sotto. Ecco l’analogo microcosmico: questa è la rappresentazione della fine del ciclo cosmico che stiamo vivendo, questo è l’aspetto occulto del caffè, che per la sua capacità di attrazione è stato definito bevanda dell’intelletto. Chi non capisce il senso del caffè non può capire niente di nessun’altra cosa al mondo.
[Disclaimer: come a volte capita ai veri Guru, Gianni Frasi non immagina neanche che io sia un suo adepto.]
Che si metta in piedi un’operazione di ordinaria (e milionaria) corruzione sotto gli occhi di tutti, quale è la grottesca storia del portale del turismoItalia.it, ok. Che in nome di potere e denaro si sia capaci di imporre nefandezze, ok. Che in nome degli stessi si decida colpevolmente da mandare a puttane un intero paese, ok. Magari laggente se lo merita pure, che ne so.
Leggo però che, nel presentare questo imbarazzante obbrobrio a Palazzo Chigi (pensa te), Prodi (meritatamente in crisi, come tutti noi) ha detto trattarsi di un marchio straordinario, "una visualizzazione grafica del Belpaese che il premier non ha esitato a giudicare ‘estremamente bella’". Questo è davvero troppo. Rubate, fate lo schifo che volete, ma almeno non prendetemi per il culo.
PS Io di fronte a queste cose ormai sono capace solo di incazzarmi. A maggior ragione voglio ringraziare il mio amico architetto Martino Pietropoli, che ha avuto la forza di andare al di là dell’incazzatura, e di pensare sul senso di un’operazione surreale come questa. Raccomando a tutti il suo imperdibile post.
UPDATE: il sito Italia.it ora è online, e l’imbarazzo cresce. Qui sotto il logo definitivo. Se ci cliccate, siate prudenti: prima di farlo sedetevi e rilassatevi. Non ho più parole.
La musica di Arvo Pärt è l’unica musica sacra contemporanea che possa definirsi tale. Starei per dire che è l’unica arte sacra contemporanea, non me ne trattenesse qualche opera dell’architettura (la Sagrada Familia di Gaudì), e poco altro.
Non date retta alle enciclopedie, e neanche alle wikipedie: di Arvo Pärt vi diranno che è un (l’ennesimo) esponente del minimalismo, al più qualificato come holy minimalism, minimalismo sacro. Il fatto è che il minimalismo non c’entra niente. La sua musica non ha a che fare con la poetica del poco, la sua musica fa i conti col nulla. La musica di Arvo Pärt non cerca nostalgicamente, e in definitiva in maniera inevitabilimente reazionaria il recupero, la rivincita del sacro in chiave di restaurazione. Evita così gli esiti da un lato sinceramente disperati di un Bruckner prima, di un Messiaen o di un Britten poi.
Arvo Pärt accetta il suo tempo, che è pure il nostro, ed è tempo di nichilismo, il tempo della caduta di tutti i valori, della morte di Dio. La sua musica è il tentativo di un nuovo inizio del sacro, provocato a misurarsi con la celebrazione del Deus absconditus, del Dio nascosto. La musica di Arvo Pärt canta la teologia di Bonhoeffer, e come quella non parla di Dio, e neanche parla con Dio: solo si propone – con maggiore umiltà e consapevolezza del proprio tempo – di preservare per l’uomo uno spazio, lo spazio del sacro appunto, entro cui l’incontro con Dio possa accadere. Non canta Dio, ma canta (e con ciò preserva) la possibilità di Dio.
La Missa Solemnis di Beethoven ha la bellezza delle architetture imponenti e perfette illuminate a festa e inondanti luce. La musica di Arvo Pärt ha la bellezza della fiammella che rischiara a malapena il buio che circonda il viandante nella notte. E come la luce fioca della candela in pieno buio, la sua bellezza è fatta soprattutto di conforto e di consolazione nel cammino.
Uno si dà da fare per farsi un buon orecchio, cerca di ascoltare di tutto, di non avere pregiudizi, di imparare quel che c’è da imparare per apprezzare anche quello che lì per lì non è che ti attiri poi molto. Uno comincia ad amare questo e quell’altro, si entusiasma per quell’altro ancora che non aveva mai ascoltato… Poi, la debacle: basta un riascolto (stasera, in treno, è stata colpa del Concerto per pianoforte e orchestra no. 5 con Radu Lupu al pianoforte, che si era depositato nel lettore MP3 chissà quanto tempo fa), e niente, tutto da rifare. Ogni volta è così, con qualsiasi brano ti capiti: ascolti Beethoven, e capisci che la Musica è già tutta lì, quella che c’era, quella che c’è adesso, quella che ci sarà, e ti viene da chiederti ma perché mai ascoltare dell’altro? Sì, ti odio, oh Beethoven, sommo distruttore della musica.
Sconcordo con Giuseppe Granieri, e anche con Federico Fasce, che consigliano entrambi Neurona, a preferenza di Linkedin. Si tratta di due piattaforme di gestione delle relazioni professionali. Uso Linkedin [qui il mio profilo] da alcuni mesi: non che io ne sia innamorato (non più di quanto si possa essere innamorati di un giravite, che quando ti serve lo usi, e via); tuttavia devo dire che fa bene il suo lavoro, e nel corso di questi mesi ho potuto verificare che il network si sviluppa in maniera corretta, coerente, controllata, non artificiosa e neanche troppo friendly, cosa che lo snaturerebbe. Occhio, ti dicono continuamente quelli di Linkedin, mi raccomando, accetta solo connessioni con persone con cui hai davvero avuto (o hai tuttora) rapporti di lavoro diretti, di prima mano. E per questo funziona: arrivano contatti efficaci, chiedo pareri al mio network, ne do a mia volta, ecc.
Non è così Neurona: ho ricevuto un invito a farne parte qualche giorno fa, e da quel momento è stato un continuo: inviti uno dietro l’altro, come piovesse, come si trattasse di un Twitter qualsiasi, insomma. E Neurona, al contrario di Linkedin, a incoraggiare in ogni caso l’accettazione, denunciando così il desiderio di costituirsi il più rapidamente possibile una base di utenti, a scapito della qualità delle connessioni (che per una rete sono tutto). Per di più gli strumenti che Neurona mette a disposizione, la grafica, l’ambiente, a me sembrano francamente niente più che una brutta copia di Linkedin.
He, però è in italiano!, dicono alcuni. E allora? Sarebbe questo un vantaggio per una piattaforma che si propone come ambiente di gestione del professional networking?
No grazie: mi cancello da Neurona, e torno a Linkedin.
La giornata di oggi non si può chiudere senza ricordare Elvis Presley, che compie oggi 72 anni. Auguri Elvis, e… sì, è proprio il caso di dirlo: grazie di tutto!
Il ragazzo non è male. Avrebbe pure del talento. Il guaio è che non ci crede abbastanza, e così si ritrova sempre alla continua ricerca di punti d’appoggio di cui non avrebbe bisogno. Sto parlando di Massimo Bernardi, che alla vigilia di quello che promette essere un "indefinito progetto editoriale" che dovrebbe vederlo protagonista nel 2007, inaugura il suo "nuovo blog".
Come in ogni blog che si rispetti c’è anche la pagina col curriculum di Massimo, la pagina che lui stesso chiama Bio, in cui con stile brillante (persino eccessivamente brillante, come gli capita ormai troppo spesso dai tempi di Peperosso) racconta, percorrendola a ritroso, la sua vita professionale. Dategli un’occhiata. Avete letto? Bene, ora tornate qui.
Se nella pagina bio di Massimo Bernardi in cui mi racconta anno per anno quel che ha fatto, arrivato all’anno 1998 leggo testualmente "Fondata Esperya, bottega di gastronomia italiana", come lettore che cosa dovrei arguire? Che Massimo, nel 1998, ha fondato Esperya.
Il problema (di Massimo, non mio) è che non è vero. Il problema (di Massimo, non mio) è che a fondare nel 1998 Esperya furono tre ragazzotti di provincia, tutti e tre lauretani (Paolo e Antonio Tombolini e Lorenzo Giuggiolini). Massimo, che era cliente di Esperya, venne da me assunto a lavorare in Esperya alla fine del 1999. Il problema (di Massimo, non mio) è che Massimo fu l’addetto stampa di Esperya, un addetto stampa straordinario. Molto più bravo dei fondatori, probabilmente. Il problema (di Massimo, non mio) è che sarebbe stato meglio per lui (lo sarebbe tuttora, Massimo, basta correggere. In rete, come tu ben sai, correggere è questione di un attimo), sarebbe stato meglio dire le cose esattamente come stavano: 1999, addetto stampa di Esperya, anzi, grandioso addetto stampa di Esperya (sono qui pronto a renderne testimonianza).
Il problema, Massimo, è che dovresti deciderti a fare a meno delle stampelle, di qualsiasi stampella: credimi, non ne hai bisogno.
In fondo è abbastanza normale che in un paese come l’Italia uno che ha scritto canzoni come questa sia destinato all’oblio:
Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani e quelli che rubavano un salario i falsi che si fanno una carriera con certe prestazioni fuori orario (…) Ho speso quattro secoli di vita e ho fatto mille viaggi nei deserti perchè volevo dire ciò che penso volevo andare avanti ad occhi aperti adesso dovrei fare le canzoni con i dosaggi esatti degli esperti magari poi vestirmi come un fesso per fare il deficiente nei concerti. (…) e le masturbazioni celebrali le lascio a chi è maturo al punto giusto le mie canzoni voglio raccontarle a chi sa masturbarsi per il gusto.
Canterò le mie canzoni per la strada ed affronterò la vita a muso duro un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
[Grazie a Fiorello per aver ricordato oggi Pierangelo Bertoli alla radio]
Dopo aver visto la mostra a Mantova, mi frullano in testa un sacco di cose che a volerle mettere in ordine e documentare come si deve mi ci vorrebbe qualche giornata di lavoro.
Mi limiterò pertanto ad enunciare, per ora, la mia tesi sull’artista. Mantegna (non da solo, probabilmente, ma lui di certo sì, e forse per primo) annuncia con la sua pittura quel che Leopardi e Nietzsche annunceranno, secoli dopo, poetico-filosoficamente, e cioè:
Dio è morto
I valori sono punti di vista
Giustificazione sommaria della tesi: nei soggetti sacri il distacco tra l’artista e la scena è sommo, al contrario di quanto avviene nei soggetti profani (o nei dettagli più nascosti e marginali dei soggetti sacri), dove il suo coinvolgimento, vitale ed entusiastico, è totale. Se il committente vuole un soggetto sacro, glielo si fa, ci mancherebbe altro: ma esso diviene pretesto per l’arte, non più viceversa, non più l’arte come strumento del messaggio sacro (Giotto, e ancora Raffaello, forse, per quanto…). L’arte dimostra che i valori sono punti di vista: i putti in piedi alla balaustra, in verticale sulla parete orizzontale del soffitto nella Camera degli Sposi e il Cristo morto orizzontale a sfidare provocatoriamente l’angusta verticalità della tela, sono solo gli emblemi più espliciti di questo manifesto. E l’arte, che dispone governa e crea i punti di vista, diventa, come testualmente affermerà Nietzsche, il valore supremo, un valore più importante della stessa verità (anch’essa un punto di vista, naturalmente, e dunque sottomessa all’arte).
Sono stato al Salone del Gusto di Torino giovedì e venerdì scorso. Alcune impressioni telegrafiche.
Gli espositori sono sempre gli stessi, più o meno. Gli espositori mi sono sembrati un po’ meno delle precedenti edizioni. Il pubblico mi è sembrato ancora più numeroso delle precedenti edizioni. Al pubblico di sempre si sono aggiunte quest’anno intere scolaresche in gita: non solo di scuole superiori, ho visto ragazzini delle medie. Frequentare il Salone per lavoro (assaggiare, selezionare prodotti, incontrare produttori, avviare trattative, ecc.) è praticamente impossibile. I Presidi sono a un punto di non ritorno. Leggasi: non sanno più cosa inventarsi. La tanto mediaticamente pompata iniziativa Terra Madre in realtà altro non è che un padiglione dedicato agli stand esotici di paesi esotici con persone esotiche vestite esoticamente: tutto molto molto molto triste. I produttori di cioccolata artigianale crescono come funghi, non se ne può più. L’organizzazione dei Presidi Slow Food, sostenuti economicamente da sponsor di peso (COOP e Berlucchi) e spesso anche da denaro pubblico, è assolutamente inconsistente: salvo rarissime eccezioni non è possibile impostare con essi un rapporto continuativo di carattere commerciale. Falliscono così il loro scopo dichiarato, e rivelano così il loro scopo reale: costituire anch’essi una riserva indiana dell’alimentazione da mettere in bella mostra al Salone (e in altre occasioni) per épater les bourgeois. I produttori di birra artigianale crescono e fanno tutti cose buone. Finalmente non c’è più solo Teo Musso di Baladin, ormai impegnato a prestare la sua birra e il suo volto in un vortice di operazioni marketing alquanto discutibili (come le sue birre, del resto). Presto birra artigianale anche su San-lorenzo.com. Tra i selezionatori/affinatori seri di formaggi spicca ormai definitivamente Beppino Occelli: lo porterei ovunque come massimo esempio di crescita sostenibile di un’azienda che riesce a farsi conoscere e apprezzare sempre di più da sempre più persone, mantenendo uno standard qualitativo stratosferico. Hanno anche aperto un ristorante in Valcasotto: devo assolutamente andarci. Francamente insopportabile la presenza sempre più arrogante di Lavazza: in nome del main sponsor Slow Food – obbedendo al diktat Lavazza – ha definitivamente sepolto la speranza di trovare al Salone i torrefattori artigianali di qualità: questo lo trovo francamente vergognoso. Sbuca qua e là un nuovo marchio: Eataly. Ecco la vera storia di Eataly: Oscar Farinetti aveva creato e portato avanti Unieuro, sì, quella lì, quella del povero Tonino Guerra e del suo ottimismo obbligatorio. Due anni fa cede Unieuro a un gruppo inglese, incassando una bella montagna di soldi, e decide di investire sulla gastronomia. E’ piemontese, ha Slow Food lì a due passi, e parte in grande. Investendo parecchio (voci dicono addirittura salvando dal fallimento l’Università del Gusto di Pollenzo, di cui è diventato Presidente) e stabilendo con Slow Food un rapporto assai stretto, sta lanciando l’idea di una Grande Distribuzione del prodotto gastronomico di alta qualità, con superfici tra i 5.000 e i 10.000 metri quadri. Minchia! Incontrati molti amici, cosa sempre molto piacevole.
Giudizio sintetico finale: non può continuare così, già venerdì pomeriggio non si camminava più nei corridoi, la situazione era assolutamente invivibile: non oso pensare a quel che sarà capitato ieri e capiterà oggi. Capisco che il business dei biglietti a 20 Euro l’uno sia per Slow Food una miniera da sfruttare al massimo, ma così rischiano di far collassare la manifestazione. Spero se ne rendano conto.