Odiare Berlusconi

Odio Berlusconi, perché mi costringe a partecipare oggi ad una manifestazione con gente come Pancho Pardi e Antonio Di Pietro :/

Mi consolo con tre cose:

  1. Beppino Englaro dice giustamente che questa manifestazione è necessaria
  2. Ci vado con tutta la famigliola
  3. Vedrò anche un sacco di amici e gente che mi garba

PS Chi lo sa, magari una volta arrivati a piazza Farnese si liveblogga un po’… Niente liveblogging, ho fatto da culla a Matilde che si è addormentata quando ha cominciato a parlare dom Franzoni 😉

Odiare FriendFeed (ovvero Maistrello über alles)

Grandioso, illuminante post di Sergio Maistrello, che spiega come meglio non si potrebbe come e perché FriendFeed vada odiato. Oddio, in realtà lui, che è più giovane di me, lascia ancora una porta aperta: Perché non amo (ancora) FriendFeed, dice lui. Io che sono più vecchio, tendo a pensare che se una cosa nasce così, nel 99% dei casi così resta, e dunque posso permettermi un più definitivo odiare FriendFeed.

Cosa fa di così grandioso Sergio? Riesce a dare un nome a ciò che fa la differenza, ovvero a distinguere tra un servizio e un ambiente web:

FriendFeed crea una zona altra dove avvengono cose (repliche di cose, a essere precisi). Per seguire quelle cose devi andare lì. Devi andare in piazza, devi scendere fino in centro. Un centro, di nuovo, dentro un mondo di periferie. Sì, puoi integrare il livefeed di FriendFeed nel blog, come gli altri servizi citati, ma è solo una frazione del servizio nel suo complesso. Che vive invece della presenza frequente e collettiva degli iscritti all’interno di uno stesso spazio sociale, e del rimescolamento in quello spazio di canali e protocolli. Twitter è un servizio, FriendFeed è un ambiente. I servizi li usi e li adegui alle tue esigenze, gli ambienti li devi frequentare, nella misura in cui hai interesse o motivo di farlo.

Insomma, mentre i servizi web sono cose che tu usi e te le porti in rete dove vuoi, gli ambienti web sono invece luoghi ben precisi, che – come fa FriendFeed – rubano, replicandone i contenuti, ciò che viene prodotto grazie ai servizi, e li mettono lì, nella loro piazza, a disposizione solo di chi ci va. Mentre un servizio web lo usi e ne fai quel che vuoi, e così ne sei partecipe (classicamente, ormai, Twitter, o i tool di Google), un ambiente web o ci sei o non ci sei, e tutte le sue belle cose o vai lì o ne sei escluso.
E questo non mi piace.

Non a caso Sergio coglie anche il nesso tra questo ordine di ragioni e Facebook: come si sa odio anche Facebook, e in fondo per lo stesso motivo.

Ecco come la vedo io:

  • voglio e apprezzo i servizi web ben fatti, dotati di API che mi consentano di usarli e portarmerli a spasso ovunque mi aggradi, in giro per la rete;
  • non voglio siti che pretendano di diventare la piazza totale e globalizzante: c’è già, ed è la rete, il web, non ho bisogno di una replica della rete ad uso e consumo degli inserzionisti presenti (Facebook) o futuri (FriendFeed, c’è da scommetterci);
  • voglio invece sì delle piazze piccole, specifiche, da poter creare per me e per i miei amici, che non abbiano la pretesa di imporsi come piazza globale, per tutto e per tutti: ecco perché mi piace Google Reader, e mi piacciono i forum (roba vintage, si direbbe ormai, ma quanta roba buona continuate a trovare lì dentro, vero o no?), e mi piace pure l’approccio di Ning.com.

Augh!

Adorare Glenn Gould

La sedia di Glenn Gould

Pensi a Glenn Gould e vai subito con la mente alle sue sublimi esecuzioni delle Variazioni Goldberg, da quella sfacciatamente iper-virtuosistica del 1955, a quella metafisica e definitiva del 1981.

Eppure il vertice della sua arte risiede secondo me nella più che controversa (e parziale) esecuzione (compratevela!) dell’Arte della Fuga. Prima di proseguire nella lettura, guardatevi almeno un po’ del video qui sotto, ché altrimenti non ci capiamo.

Ora, a parte che se una lacrima non vi ha nemmen lambito il ciglio sarà il caso che vi facciate vedere da qualcuno, sostengo che in nessun altro punto la musica ha espresso con maggiore nettezza la cifra e l’essenza proprie della civiltà occidentale (l’eterno ritorno dell’uguale e la volontà di potenza) altrove che nella sua esecuzione dell’Arte della Fuga da parte di Glenn Gould.

All’eterno ritorno dell’uguale giunse, e prima di ogni altro con quella nettezza, Johann Sebastian Bach, proprio con la più circolare delle sue opere, l’ultima, anzi postuma Die Kunst der Fuge. Ma la volontà di potenza, che si dispiega nel voler eseguire l’Arte della Fuga al pianoforte, è un’acquisizione tutta sua, di Gould, che con questa esecuzione perviene a rendere plasticamente la moderna intuizione della co-appartenenza circolare tra interpretante e interpretato (tra autore ed esecutore), fino alla totale fungibilità dei rispettivi ruoli.
Tanto che a me par di vedere il vecchio Bach sorridere soddisfatto ascoltando Gould, felice che sia riuscito a liberarlo dal polveroso sgabuzzino ad accesso controllato in cui vorrebbero rinchiuderlo i tristi fanatici della Prassi Esecutiva.

Gödel – Escher – Bach, certo, ovvero il cerchio dell’Eterno Ritorno.
Ma Nietzsche – Heidegger – Gould, ovvero la Volontà di Potenza che si appropria – gioiosamente rompendolo – di quel cerchio, e giunge all’ostensione finalmente chiara e priva di maschere del nichilismo come cifra definitiva dell’Occidente (ovvero di tutti noi, orientali inclusi, beninteso).

[PS Astenersi moralisti da passeggio, please: per lo scrivente il nichilismo (e il relativismo) è l’unica vera base solida di un possibile futuro per l’occidente e per l’uomo.]

Amare il Tablet PC

Tablet PC Compaq TC1000No, non uno qualsiasi: amo il mio, il mio Tablet PC Compaq TC1000 (nome in codice martin), che mi accompagna(va) da oltre quattro anni per ogni dove, strapazzato e sballottato, ma sempre pronto a rispondere al comando del mio mouse, della mia penna, della mia tastiera.

Gli devo questo riconoscimento proprio ora che siamo sull’orlo di una tragedia irreparabile: venerdì scorso è precipitato dal comodino della mia camera d’albergo. Era acceso, ed è rimasto acceso, ci ho lavorato su un po’, come per consolarlo della caduta, e ho pensato che anche questa volta ci era andata bene, alleviando il mio senso di colpa. Poi l’ho spento. Dopo due ore l’ho riacceso e… la spia si accende, lui fa come un piccolo gèmito, lo ripete due o tre volte, ma… niente, non riparte più 🙁

Anni fa, mi fosse accaduta la stessa cosa, avrei pianto sui miei dati, sul software, sui programmi: adesso ho tutto su web, e non mi importa, e piango il mio hardware.

Adesso il mio povero tablet è in una sorta di stato vegetativo permanente: elettricamente attivo, informaticamente spento. Farò un tentativo di riparazione, non appena avrò capito dove portarlo, sperando me lo trattino bene.

Amare Mascarello, ma nel senso di Giuseppe

Barolo Monprivato 2003 Giuseppe Mascarello
Margherita-ginestra-pesca-nespola-rosa-anice-caffè-cioccolato-uva spina-melone-amaretto-zucchero filato. Tanto per rimanere al naso e per non dire degli occhi (velluto rosso trasparente) e del palato (seta finissima). E tutto in un bicchiere di Barolo Giuseppe Mascarello Riserva Monprivato 2003. Solo l’uva è capace di miracoli come questo.