Il circolo vizioso dell’editoria libraria

Di tanto in tanto qualcuno prova a spiegare come mai in Italia, paese in cui tutti si lamentano del fatto che si leggono pochi libri e che ci sono pochi lettori, poi si pubblichino ogni anno così tanti libri nuovi.

Ci ha provato di recente Andrea Coccia, con questo articolo su Linkiesta, ma sbaglia anche lui: è vero il contrario di quello che scrive l’autore dell’articolo, non è la sovrapproduzione ad alimentare il vortice delle rese, è invece il meccanismo delle rese ad alimentare la proliferazione dei nuovi titoli. E il digitale non c’entra niente (se aumento l’offerta digitale non faccio del male a nessuno: non distruggo carta, non inquino, non butto via soldi inutilmente eccetera).
E non c’entrano niente neanche “l’industrializzazione” né “le grandi concentrazioni editoriali” (ridicolo, su scala mondiale Mondazzoli è un microbo).

C’entrano invece, e molto, gli usi consolidati della filiera tradizionale del libro, che gli operatori dominanti (grandi editori e distributori, che in Italia sono poi la stessa cosa) non solo faticano a superare, ma tentano disperatamente (e dissennatamente) di difendere, con una distribuzione fatta di una miriade di librerie sparse ovunque, e ora in crisi profonda, abituate come sono a un mercato drogato dal “tanto se non lo vendo lo rendo“.

Ecco come funziona.

Io sono un piccolo editore. Pubblico un libro perché ci credo, mi piace, lo ritengo bello e utile. Lo pubblico di carta, perché sono un “vero” editore “tradizionale“. Bene. Vado in tipografia, dove mi dicono che ne devo stampare almeno mille copie, ché farne di meno tanto costa uguale. Parlo col distributore (lì sì c’è non la concentrazione, ma il monopolio ormai: Messaggerie), che mi dice che “Ehi, se non mi dai almeno duemila copie per coprire significativamente le librerie io non posso impegnarmi a distribuire il tuo titolo“.

Diciamo che ne stampo duemila. Diciamo che stamparle mi costa 5.000€, 2,50€ a copia. A quanto lo vendo? Vediamo… il 60% del prezzo lo vuole il distributore, che poi se lo divide con la libreria che vende il libro al privato. Io devo pagare il costo di stampa, l’impaginazione, l’illustratore, i diritti d’autore. E ovviamente anche l’affitto dell’ufficio, le utenze, il mio stipendio, il commercialista ecc… Se lo vendo a 10€ me ne tornano 4, e 2,50 sono già spesi per la stampa, mi bastano 1,50€ per coprire tutte le altre spese? Mi sa proprio di no. Vendiamolo a 15€, e speriamo bene.

Il distributore a questo punto mi compra (si fa per dire, c’è sempre il diritto di reso!) le 2000 copie, e io, tutto felice, stacco la mia prima fattura, ho venduto 2000 copie, per un importo totale di ben (30.000 – 60%) = 12.000€, wow!

Ovviamente il distributore non mi paga subito (figuriamoci, paga a 120-210gg). Sono un editore per bene, e voglio pagare chi ha lavorato per me. L’autore no, perché prenderà le royalties sul venduto, ma gli altri li devo pagare subito: al tipografo devo dare i suoi 2.000€, all’impaginatore (che con la crisi mi fa un buon prezzo) i suoi 300€, il grafico altrettanti, il correttore di bozze. Ah, ci sono anche i 600€ di affitto, altrettanti di bollette, e… URKA! Dove li prendo i soldi? Aspetta, lo so: ho fatto proprio adesso una fattura di ben 12.000€, vado in banca e mi faccio anticipare l’importo, poi quando il distributore mi paga la fattura li restituisco alla banca. “OK, non c’è problema, metti una firma qua, mi dice il direttore della banca, sì, è la fideiussione, una formalità obbligatoria, ovviamente”.

Mi ritrovo 12.000 Euro nel conto. Pago chi devo pagare, mi prendo uno stipendiuccio anch’io, e mi fermo, non pubblico più niente, aspetto che mi paghino la prima fattura. Ho pagato tutti, e dopo quattro mesi mi trovo con poco o niente nel conto. Ho dovuto pagare i mensili dell’affitto e le bollette, e un po’ di stipendio per me. Sono passati 120 giorni, chiamo il distributore: “Allora, mi puoi pagare questa fattura?“.

In Italia la media delle rese (libri invenduti) è superiore al 60%: ogni 100 copie stampate, almeno 60 restano invendute. Ed è una media: fatta di alcuni libri, pochissimi, che vendono tutte le copie, e molti libri, moltissimi, che vendono niente o quasi niente. Ma facciamo finta che il mio libro si comporti come il “libro medio”.

Dunque ho appena chiamato il distributore per farmi pagare la fattura, e mi fa “ehi, guarda che di quelle duemila copie ne abbiamo vendute ottocento, che facciamo con le altre milleducento?”. L’editore gli dice “beh, che ne so io”, e il distributore gli dice “beh, lo so io: io non ti pago duemila, ma ottocento copie, quindi intanto fammi una nota di credito per le copie invendute così ti pago i 4.800€ che ti devo”.

Già, la mia bella fattura di 12mila euro si è ridotta a 4.800€. Ma c’è dell’altro, mi dice il distributore: “Le altre milleduecento copie devo andarle a prendere dalle librerie dove le ho portate, perché devono liberare i loro spazi per altri libri, e questo ha un costo, che ovviamente ti addebiterò. Poi se vorrai le tengo io nel mio magazzino, e ti costerà un tot a metro cubo per ogni giorno di giacenza, oppure te le porto a casa tua, e ci sarà un altro costo che ti addebiterò.” E io dove le metto? Forse mi tocca affittare un piccolo magazzino per metterci le copie invendute!

A quel punto chiama il direttore di banca “Ciao Piccolo Editore, sono passati i 120 giorni, quell’anticipo sulla fattura è scaduto, devi restituirmi l’importo che ti ho anticipoato!”. Il dramma: devo restituire, e subito, alla banca i 12mila Euro che mi ha prestato. Ma il distributore me ne ha dati solo 4.800, come faccio?

Già, come faccio a “tappare” il buco senza che venga a pignorarmi la casa che mi ha toccato dargli in garanzia per il fido?

Facile: pubblico un altro titolo, stacco un’altra fattura da 12mila euro, e con quelli attappo il buco, e faccio un altro giro di giostra! WOW!
Ecco spiegato come mai ci sono così tanti titoli nuovi in un mercato in cui tutti si lamentano che nessuno legge.

Questo è il vero cancro che minaccia di distruggere l’editoria libraria.
L’editore si infognerà sempre di più in una gigantesca bolla che prima o poi esploderà, per esempio quando qualcuno gli dirà che valorizzare le scorte di invenduto a bilancio a valori artificialmente gonfiatinon serve a niente, perché il valore del suo invenduto è zero, anzi, è negativo, visto che gli genera costi di magazzino e che per smaltirlo deve pagare).

Cui prodest?
Chi prospera in un sistema come questo? Il distributore, e in maniera perversa e vampiresca: il suo guadagno infatti non dipende tanto dalle copie vendute, ma dipende in misura crescente dalla vendita di servizi correlati alla gestione delle rese! Meno libri si vendono e più il distributore guadagna! Come ha fatto Messaggerie a diventare il secondo gruppo editoriale italiano, con marchi come Longanesi, Garzanti, Salani, ecc… acquisiti uno dopo l’altro? Facile: prima o poi il direttore di banca dice all’editore che non può più anticipargli la fattura, l’editore quindi si indebita in misura crescente col distributore, fino a che il distributore se lo compra con quattro soldi. Certo che la cosa regge finché c’è chi alimenta il progressivo indebitamento degli editori. Appena i rubinetti del credito si chiudono, la bolla esplode.

A che punto siamo? Che sta esplodendo. RCS Libri è tecnicamente fallita (sì, ok, acquisita da Mondadori Libri, figuriamoci, una finzione, peraltro finanziata al 100% con, indovina un po’, prestiti bancari!) e tutti sono indebitatissimi. Ma anche Messaggerie ormai ha spremuto lo spremibile, gli editori non hanno più soldi da dargli, e chiudono, così come le librerie, e Messaggerie è costretta a svalutare e azzerare i suoi crediti.

Una curiosità.
Hai per caso letto la parola “ebook” in tutto questo? No. Il cancro dell’editoria libraria non c’entra niente con un presunto ruolo killer dell’ebook rispetto al libro di carta.

CATEG

Il mio fruttivendolo, ovvero: il marketing non esiste, esiste il mercato


[Quello che segue è un post che pubblicai nel mio blog verso i primi del 2002, che però non ritrovo, se non perché riportato per intero in un gruppo Google da parte di un certo Rodolfo: grazie! Lo riscriverei oggi tale e quale.]

Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdi, quando c’è il mercato. Da una vita.

Non fa mailing preventivo per stimolare la domanda.

Non targettizza il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici.

Non si rivolge a me dicendomi ‘Gentile Cliente’, o ‘Cara Amica, caro Amico’.

Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall’insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall’appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città.

Non mi manda sms a tradimento. Né tenta di ‘fidelizzarmi’.

Non mi vende uno ‘stile di vita’ con le sue cipolle.

Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio.

Se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più.

Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti. Non fa ricerche di mercato. La sua vita è una ricerca, di sul e col mercato.

Non ha una ‘mission’. Non gli interessa niente del posizionamento strategico.

Mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi.

A me il marketing non piace, penso che sia sbagliato.

A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato.

Il marketing corrisponde alla struttura ‘intrinsecamente invasiva’ della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa. E come ogni realtà invasiva, tendenzialmente violenta.

Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing. Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose. Mi piace la parola ‘venditore’, mi piace la parola ‘compratore’, mi piace la parola ‘commerciante’, mi piace la parola ‘bottega’, mi piace la parola ‘bottegaio’, mi piace la parola ‘bancarella’, mi piace la parola ‘mercato’, mi piace la parola ‘soldi’, mi piace la parola ‘sconto’ quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore. Mi piace la parola ‘prezzo’, mi piace la parola ‘grazie!’.

Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici.

Che strano il mercato, eh?

Emmanuel e Chimiary soli contro tutti voi, bastardi razzisti. Ovvero: ho parlato con Pisana Bachetti

Scimmia africana!” urla l’energumeno razzi-fascista fermano Amedeo Mancini. Emmanuel difende sua moglie e gli urla di ritorno, facendoglisi vicino. L’energumeno razzi-fascista inizia a pestarlo, finché Emmanuel cade per non rialzarsi più, e muore, sotto gli occhi della moglie atterrita. Ora Amedeo Mancini è accusato di omicidio preterintenzionale, perché sì, voleva menarlo, ma magari non voleva proprio proprio ucciderlo. Sia detto per inciso, i fatti secondo me configurano il reato di omicidio doloso, altro che storie. Se io ti meno al punto di farti cadere metto in conto che tu possa cadendo battere la testa e rimanerci secco: questo è per giurisprudenza unanime omicidio doloso, da decenni, ma la magistratura in questo caso, no, chissà perché.

Ma come, razzismo, e di questo squallore tragico, nella terra felice della Marca? Non può essere! Passano sì e no due ore dalla notizia, e si mette in moto la macchina giustificazionista. Abbiamo una Super-Testimone che ribalta tutto! Si chiama Pisana Bachetti, e ha dato la sua versione dei fatti, da testimone oculare, al cronista locale del Resto del Carlino.

A tutti voi, bastardi dentro, ansiosi solo di dimostrare che – come fate con le ragazze violentate perché troppo svestite – in fondo quei due neri se la sono andata a cercare, non pare vero. L’intervista di Pisana Bachetti viene dapprima ripresa da siti fascisti come Primatonazionale.it, di proprietà del capo di Casa Pound Simone di Stefano. Poi da siti di e pagine Facebook del mondo grillino “di base”, e non sarà un caso. A Salvini poi non pare vero “che poi adesso c’è questa testimonianza che cambia tutto!“. E infine La Zanzara dell’opportunista Cruciani, che rilancia e intervista la super-testimone. E via via le vostre pagine, articoli e commenti facebook, di voi che “eh, ma bisogna sentire tutte le campane!“.

A me questa storia, appena esce, puzza. Questa è la differenza tra me e voi: io sui marciapiedi della vita, e anche su quelli di internet, batto la vita da un bel po’ di anni ormai, e ho imparato a riconoscere le puzze. Appena esce la super-testimone Pisana Bachetti comincio a sentire una puzza insopportabile. Voi no, voi avete l’olfatto impedito dall’ansia di dimostrare che “ma dai no, in fondo non è stato razzismo, in fondo sono stati i due neri a menare le mani per primi, in fondo forse si è trattato perfino di legittima difesa da parte del povero fermano!“.

Sento puzza, e come ogni buon cane che si rispetti, comincio a rovistare.
Prima cosa, mi leggo l’intervista originale cui tutti si appoggiano, pubblicata dal Resto del Carlino, che spara il titolone: “Nigeriano ucciso a Fermo, la super testimone ribalta tutto“. Wow, mi dico, ribalta tutto! Andiamo a vedere.

L’incipit è subito definitivo, ecco il virgolettato di Pisana Bachetti:
«Purtroppo ho assistito alla scena e ed ho visto che il giovane fermano, prima di sferrare il pugno, è stato letteralmente assalito dalla vittima e da sua moglie. Lo hanno picchiato per quattro o cinque minuti e lo hanno colpito anche con il palo di un segnale stradale»

E ancora più nel dettaglio:
«Ero presente – aggiunge la donna che ha raccontato quanto accaduto anche agli inquirenti – e voglio precisare che quel povero ragazzo nigeriano, prima di cadere a terra per un pugno subìto, si è reso protagonista di un vero e proprio pestaggio del 39enne fermano. Per quattro o cinque minuti è stato attaccato simultaneamente dal giovane di colore e da sua moglie. Lui (Emmanuel, ndr) addirittura lo ha colpito con un segnale stradale trovato nei pressi facendolo cadere a terra e poi hanno continuato a picchiarlo. Quando ho visto quella scena, ho chiamato la polizia perché temevo per l’incolumità del 39enne fermano, che ha reagito con un colpo, purtroppo per la vittima, ben assestato. Qualcuno ha cercato di intervenire, ma è stato preso a scarpate dalla moglie del giovane di colore. Casualmente sono giunti sul posto gli agenti delle polizia municipale, perché, nel frattempo, la moglie di Emmanuel aveva fatto una telefonata ed erano arrivati una quindicina di nigeriani pronti ad entrare in azione».

Amedeo Mancini a questo punto è la vittima, non c’è dubbio: prende bastonate “per quattro o cinque minuti” dai due nigeriani, cade a terra, ma questi, non paghi, prendono un palo di un segnale stradale e cominciano a prenderlo a sprangate. Un “vero e proprio pestaggio“. Tanto che la super testimone chiama solerte la polizia “perché temevo per l’incolumità del 39enne fermano“! Ma questi, per fortuna, da terra e pestato a sangue come si trova, riesce in qualche modo a “reagire con un colpo”. Esatto. Un solo colpo, ma “ben assestato”. Emmanuel cade, batte la testa, e muore. Ma la testimonianza della super testimone (se no che super testimone sarebbe) è ancora più dettagliata: meno male che sono arrivati i vigili urbani, perché già erano arrivati una quindicina di nigeriani “pronti ad entrare in azione“, e il povero Amedeo Mancini a quel punto chissà che brutta fine avrebbe fatto. L’energumeno razzi-fascista Mancini che ha appena pestato a morte dopo averlo insultato Emmanuel salvato dall’intervento dei vigili urbani. Wow. Che puzza! Ma che puzza terrificante! Ma la sento solo io?

Una testimonianza oculare così precisa e dettagliata di cui gli inquirenti sembrano non curarsi, tanto che “il fermano” dapprima a piede libero viene poi arrestato. Eppure, stando a quella testimonianza, si tratta di legittima difesa, chi può metterlo in dubbio?

Io. Io sento quella puzza. È puzza di mitomane, inconfondibile, e mi metto a cercare un po’, cosa che invece non avete fatto voi, sempre perché non vi sembrava vero di avere la vostra eroina nella povera mitomane Pisana Bachetti, e l’avete subito sbattuta tutti in prima pagina (con conseguenze temo molto gravi anche per lei, ma a voi che ve ne frega). L’avete eletta a “l’altra campana”, a paladina del “prima verifichiamo bene i fatti”, a santa patrona del vostro razzismo mascherato dal politically correct del “dobbiamo considerare tutte le opinioni”! Bastardi razzisti che non siete altro.

Io no. Io sento la puzza, e fiutando la pista di quella puzza scopro che Pisana Bachetti si trova sempre lì sul posto, al momento giusto, quando c’è da denunciare qualche marachella commessa dallo straniero. E che ha sempre lì accanto un cronista pronto a raccontare le sue fenomenali storie. Due anni fa, ottobre 2014, è la volta del Corriere Adriatico, che racconta di come la prode Pisana Bachetti, che è pure fervente animalista, si fosse imbatutto in “quattro cinesi” che armati di “retini e buste di plastica” avevano indubbiamente in mente di catturare dei poveri gattini. Che poi non successe niente, ma tanto bastava al cronista per sparare un bell’articolo attraverso cui il messaggio potesse passare: “Catturavano i gatti con sacchi e retini“. Leggetevelo questo meraviglioso pezzo di giornalismo sul nulla, messo lì solo per calunniare un’etnia, senza alcuna base di fatto. Se non quella, ovviamente, della nostra super testimone Pisana Bachetti.

A me personalmente bastava (eravamo a ieri mattina) per confermarmi che ci si trovava davanti a una mitomane, e presi a mettere in guardia gli amici che cominciavano invece a dar credito a quella assurda testimonianza: ma come, vittima di un vero e proprio pestaggio, e il fermano incarcerato non ci fa avere manco una foto di come è stato ridotto per supportare questa versione? Preso a sprangate non riporta nessuna ferita? E la polizia chiamata da Pisana Bachetti per proteggere “il fermano” non ci dice niente di tutto ciò? E i 15 nigeriani pronti a “entrare in azione”, sventata solo dalla presenza evidentemente autorevolissima di un paio di vigili urbani, sono finiti nel nulla? MA POSSIBILE CHE NESSUNO SENTA QUESTA PUZZA?

No, nessuno. Figuriamoci, una super testimone che “ribalta tutto” per tutti voi squallidi razzisti dentro è una bella polizza a tutela della vostra buona coscienza a buon mercato, per i media poi… perché smontarla? Fa audience, fa discutere, fa esplodere i social! Evvai con La Zanzara, che centra tutta la puntata di ieri sulla super testimone, fino a chiamarla telefonicamente e a intervistarla a sua volta. Trovate la telefonata qui, dal minuto 1H03’00”:

Il palo ce l’aveva “il nigeriano”. La ragazza “picchiava tanto quanto il marito”. “Mi hanno cancellato Facebook”. Aggiunge la super testimone. “Chi si stava difendendo era il fermano. Era caduto a terra.” “Mi hanno messo sul giornale con nome cognome e foto senza chiedermelo!”. Ma pensa te. La puzza aumenta sempre di più, ma voi continuate a non sentirla.

Per me riconoscere le puzze è diventato da tempo quasi un mestiere. Già ieri mattina vado a dare un’occhiata al profilo Facebook di Pisana Bachetti. È uscita da poco la sua intervista, non è ancora stata ripresa da molti, e la sua bacheca di parrucchiera riporta il solito mix di foto di gattini e di invettive anticasta grilline, niente sulla vicenda. Prendo, e le chiedo l’amicizia. Dopo due minuti, Pisana Bachetti, sissignore, mi aggiunge ai suoi amici.

Nel pomeriggio scompare tutto: i vecchi post, le foto ecc… di Pisana vengono tutti cancellati, restano solo le sue condivisioni di tutti i giornali e i siti che hanno ripreso la sua intervista (già proprio quella di cui si lamenterà la sera a La Zanzara perché “mi hanno messo sul giornale senza chiedermi niente!”. Ne va orgogliosa, è evidente. E io ci entro in dialogo. Sì, amici miei bastardi. Mentre tutti voi siete lì a “usare” Pisana Bachetti come la vostra comodissima “altra campana” che serva a confortare il vostro perbenismo tanto marchigiano, io di Pisana Bachetti sono diventato amico su Facebook, e ho avuto uno scambio, che qui riporto a vostro beneficio, attraverso tre screenshot consecutivi, così che possiate avere (forse, ma forse è ciò che non volete, e quindi continuerete a credere alla sua “super testimonianza”, nonostante tutto). Eccovi il dialogo tra me e Pisana Bachetti, fin dove è arrivato al momento in cui scrivo. Fatevi pure la vostra idea adesso, se ne siete capaci, bastardi:

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Christo spiegato bene. Con Reinhold Würth.

Museum Würth, 1995, Christo+J-C
Museum Würth, 1995, Christo+J-C

Chissà, in qualcuna di queste foto potrei esserci anch’io.

Era il 1995, dirigevo un’azienda di antenne per telefonia satellitare e per quella strana cosa che cominciava ad affermarsi anche in campo civile che si chiama GPS. La tedesca Würth era il nostro principale cliente. Nel 1995 festeggiavano il cinquantesimo anniversario dalla fondazione.

Reinhold Würth, oggi ottantunenne, è un personaggio straordinario: a 19 anni eredita la piccola azienda di viti del padre Adolf, per farla diventare l’Adolf Würth Group, azienda da 15 miliardi di euro di fatturato. Allora sessantenne, pilotava personalmente il suo piccolo jet per spostarsi dall’Europa agli Stati Uniti, viaggiando da solo. Aveva creato un’impresa straordinaria dal niente, e l’aveva creata nella piccola cittadina di quindicimila abitanti in cui vive, Künzelsau, nel Baden-Württemberg.

Ama l’arte, Reinhold, e ci ha investito un sacco. Tanto da creare nel 1991 un incredibile museo all’interno dell’enorme magazzino e centro logistico, cui tutti i lavoratori e i visitatori dell’azienda possono accedere senza soluzione di continuità con l’ambiente di lavoro. E non un museo tanto per dire: Picasso, Ernst, Magritte, Botero, ma anche Cranach, Hans Holbein e altri.

Per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’azienda, il signor Würth penso di invitare non i suoi migliori clienti, no no no. Organizzò una grande festa nella sede centrale di Künzelsau riservata, udite udite!, ai suoi fornitori, il “Suppliers’ Day. A molti la cosa non dirà granché. Per chi come me è cresciuto professionalmente in un mondo in cui le aziende avevano (e molte l’hanno ancora) l'”Ingresso riservato ai fornitori“, regolarmente nascosto, piccolo e sporco, perché quello bello serviva solo per i clienti, si trattava di una vera e propria illuminazione: Würth curava e coccolava i suoi fornitori e i suoi collaboratori più dei suoi stessi clienti, che pure trattava con tutti i riguardi. Fu allora, e fu lì, che imparai che in un’azienda c’è una sola cosa più importante dei clienti (questo è il limite di Jeff Bezos, con cui prima o poi dovrà fare i conti) e sono i suoi collaboratori, esterni o interni che siano, impiegati e fornitori. Da allora in poi, nelle mie cose, e nelle mie aziende, il cliente ha sempre ragione solo e nella misura in cui dimostra il massimo rispetto per chi, anche quando sbaglia, come inevitabilmente accade, sta lavorando per lui.

Torniamo alla festa, al Suppliers’ Day. Quel giorno (non ricordo ora la data precisa, credo fosse di maggio) arrivai in Würth e scoprii Christo: Reinhold Würth gli aveva chiesto di enfatizzare ancora di più la continuità tra il museo e il luogo di lavoro, tra l’opera d’arte e l’opera del lavoro, tra il momento della fatica e quello della poesia. Restai incantato: Christo e la sua Jeanne-Claude (scomparsa qualche anno fa) si erano per due mesi installati nei magazzini e negli uffici Würth per impacchettare tutti gli interni, organizzandosi per non intralciare le operazioni aziendali. Il loro intervento aveva conferito a tutti gli ambienti un’atmosfera di solennità e di regalità che non aveva bisogno di spiegazioni.

Per sei mesi lavoratori e visitatori continuarono a fare le loro cose in questo ambiente. Perché questa è la cifra delle opere di Christo: l’opera d’arte non sospende la realtà fattuale, la quotidianità, ma ne celebra la dignità. Non si erge a bloccare e a negare il contesto in cui si dispiega. Un ponte continuerà a fare il ponte, una scala la scala, e quel tavolino da caffè continuerà a ospitare gruppetti di colleghi seduti a chiacchierare. Ma così impacchettate, anche le più umili funzioni minime e quotidiane vengono celebrate ed elevate al rango di opera d’arte, di luogo privilegiato dell’abitare poetico dell’uomo su questa terra. Così che nessuno potrà salire i gradini di quella scala senza pensarne per una volta la grandezza, la bellezza, la forza, l’adeguatezza silenziosa ma efficace, la fedeltà con cui svolge la sua funzione quotidiana, silenziosamente ringraziando per questo chi l’ha pensata e realizzata.

Così conobbi Christo, anche personalmente, la sera a cena al tavolo di Reinhold che, bontà sua, volle come commensale quell’unico fornitore trentacinquenne fornitore italiano che aveva viaggiato fin lì. Una giornata da impacchettare, se si potesse impacchettare ciò che appartiene al tempo.

 

Del libro, del predominante ruolo del caso nella sua fortuna, dei barbari che lo stanno salvando

bodoni

Il successo di un libro, come il successo di una canzone, di un quadro, di un tiro in porta, è sempre il risultato di una misteriosa alchimia fatta di dedizione e fortuna, fatica e casualità, talento e relazioni. Thomas Alva Edison e/o Albert Einstein (la citazione è di volta in volta attribuita all’uno o all’altro, e non manca chi, in ambiente letterario, la attribuisce devotamente e disinvoltamente a Umberto Eco) se la cavavano riducendo a due le variabili: “perspiration“, il sudore della fronte, e “inspiration“, l’ispirazione del genio. Col cavolo. Non mancheranno mai successi inspiegabili. Non mancheranno mai libri che nessuno mai avrà letto (erano belli o brutti? Nessuno lo saprà mai). Non mancheranno mai successi travolgenti post-mortem, magari a distanza di anni, decenni, o secoli addirittura, come in musica accadde a un intonatore di organi tedesco del ‘600, tale Johann Sebastian Bach.

Il Caso. Il caso è il maggior protagonista delle nostre vite, in ogni loro aspetto. Tanto più lo è in relazione ai destini di cose effimere come le “opere dell’ingegno“. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, si tratta di una verità lampante. Eppure l’uomo, nella sua illusoria ansia di dimostrare a se stesso di saper governare la vita e il mondo, da sempre ne sottovaluta, fino a cancellarlo, il peso.
Prendi questa: il libro di Fabio Volo vende un sacco.
Magari tra cinquant’anni non se ne ricorderà nessuno. O magari tra cent’anni sarà il solo libro rimasto sulla faccia della terra. A molti piace. A molti altri fa schifo. Per alcuni è scritto male. Per altri è scritto benissimo. Per alcuni è una lettura insopportabile. Per altri dedicarsi a leggerlo è il momento più bello della giornata.
Ma pensaci bene, torna qui sopra, sostituisci a “Fabio Volo” l’autore che vuoi voi: tutto quello che viene dopo resta vero, incontestabilmente vero.
E allora, che ne è della “qualità” dei libri? A cosa è possibile ancorarla?

A cosa ancorare la “qualità” di un libro? A un atto arbitrario, e in quanto tale non-sindacabile da chicchessia. L’atto arbitrario di un lettore, di un editore che sceglie di pubblicare quel libro invece di un altro, di un critico che decide di osannarlo.
E alla stessa “libera-arbitrarietà” sarà possibile ancorare un giudizio di “non qualità” di un libro: l’atto arbitrario del lettore che ne legge una pagina per poi metterlo da parte, quello di un editore che lo cestina, quello di un critico (sia esso, sempre meno, un professionista, o, sempre più, un recensore) che decide di stroncarlo.
Così come la qualità di un libro non può prescindere dalla arbitrarietà del caso (che poi vuol dire “del tempo“) che decide addirittura se far accorgere qualcuno dell’esistenza di quel libro, oppure no.

Per questo continuo a ritenere sbagliate e di retroguardia le raffinate intellettualistiche analisi dei tanti che, a fronte del fenomeno del self-publishing (dove self-publishing = fenomeno per cui più libri e più autori riescono a raggiungere gli scaffali di una libreria, concedendosi una chance di visibilità) si concentrano sul falso problema della “sovrabbondanza“: oddio, i libri adesso sono troppi, come farà il lettore a scegliere e a orientarsi? Con tutta questa roba, esclamano, c’è un sacco di robaccia, chi ci salverà?
Si tratta di uno spettacolare effetto di illusione ottica: tutti questi libri, che oggi affollano sempre più gli scaffali di vetrine virtuali e non grazie al self-publishing, tutti questi libri c’erano già, c’erano anche prima, perché l’uomo ha voglia di scrivere, e ha voglia di farsi leggere. Punto.
Indipendentemente dalle concrete chance di successo, indipendentemente dall’evidenza dei fatti per cui nella stragrande maggioranza dei casi del mio libro non gliene fregherà niente a nessuno, indipendentemente dal fatto che qualcuno possa parlarne bene o male. L’uomo vuole esprimersi. Di più: l’uomo è espressione. Di più: l’uomo è tale NELLA MISURA IN CUI può liberamente esprimersi. E scrivere un libro è uno dei modi della libera espressione, e dunque dell’essere, dell’uomo.

Cosa cambia per il lettore ai tempi dei barbari digitali e delle orde del self-publishing? Come potranno orientarsi dentro la giungla della miriade di titoli da cui sono sempre più assediati? Come aiutare il lettore a orientarsi nella scelta dei libri cui dedicare il proprio tempo?

Alt. Un passo indietro: ho definito “falso problema” quello che risulta dalle analisi dominanti sul fenomeno del self-publishing, quello che afferma che i libri ora sono troppi, troppissimi. Non è vero. Quei libri che grazie alle tecnologie digitali e alla rete oggi si possono concedere una chance di incontro con un lettore c’erano già, erano già tutti lì: erano già tutti lì dentro i cassetti degli autori. Erano già tutti lì nei cestini degli editori. O erano già tutti lì rimasti dentro la testa del loro autore, perché se c’è un deterrente alla scrittura del libro ebbene questo consiste nel non intravvedere neanche una chance che possa avere un lettore. Erano già tutti lì, libri “buoni” e libri “cattivi“. “Buoni” per alcuni, “cattivi”, gli stessi libri, per altri. Oggi arrivano tutti, alla pari, sugli scaffali delle librerie online, e la casta di quelli che pensavano di detenere le chiavi del Regno dei Libri (i Guardiani della Distribuzione) si ritrae inorridita a fronte di tanto spettacolo.

Tutto ciò non è affatto male. Non è male che tutti possano esprimersi scrivendo libri, così come non è male che tutti possano suonare uno strumento, o prendere un pennello e imbrattare una tela o un foglio, o ritrovarsi con gli amici per dare calci a un pallone nel tentativo di emulare i pallonetti di Maradona o i tiri nel sette di Cristiano Ronaldo. Non è un male, anzi, è un bene! OK, precisato questo il problema resta: ma per i lettori?

Come fanno a orientarsi? Ci sono diversi livelli di risposta. Il primo: a caso. Dal punto di vista del lettore non c’è niente di male nell’usare il caso (i più raffinati, quando gli fa comodo, parlano in questi casi di serendipity, ma riguardo ai “nuovi libri” no, evocano solo drammi lancinanti) per cercare a destra e a manca il prossimo libro da leggere. Che comincerò a leggere e poi butterò via se mi fa schifo, e ne parlerò malissimo se ne avrò voglia. O che viceversa obbligherò tutti gli amici a leggere tanto mi è piaciuto. O che mi lascerà indifferente spingendomi a tentare il prossimo.

C’è poi il livello degli strumenti di “discoverability“, di cui usa dire oggi. Alcuni esistono già, altri se ne stanno inventando, chi investe sugli algoritmi, chi scommette sul fattore umano. Autori che se ne fregano di promuovere il proprio libro, e autori che gli dedicano la vita e ogni energia.
Io ho il mio parere: gli Editori. I nuovi editori, in grado di dire “questi sono i libri che io pubblico, in base a questi criteri, facendolo fare a queste persone, con questa storia”. Editori che hanno il compito di traslare in un catalogo la loro visione del mondo, non perché quel che c’è dentro è il meglio, è “la qualità“, contro il resto che è fuori. Ma per proporre a chi legge con onestà una faccia, condivisibile o meno, piacevole o meno, attraverso cui orientarsi nelle scelte.
E anche questo, badate bene, non è la cosa che conta di più, perché quando si tratta del libro, della esperienza di lettura di un libro, la cosa che conta più di tutte è SOLO UNA.

CHE SI LEGGANO LIBRI. Che l’esperienza della lettura di un libro sopravviva, si salvi, e prosperi per sempre. Che si scrivano, per salvaguardare la libera espressione che è l’uomo, e che si leggano, per salvaguardare l’esperienza peculiare che è il libro. Sembrerà sacrilego affermarlo, ma ne sono convinto: da lettore, da editore, da uomo libero. Quello che mi interessa è che l’esperienza di lettura di un libro (così vitale perché qualcuno sia motivato a scrivere, e quindi a esprimere così la sua libertà e il suo essere) sopravviva e prosperi ai tempi del digitale.
Parliamo quindi di perché ci piace questo libro e del percome quell’altro non ci piaccia affatto. Ma rallegriamoci per ogni libro che vede la luce, per ogni libro che viene scritto. E per ogni libro che viene letto.

E rallegriamoci del fatto che – grazie al digitale – ogni libro ha ormai almeno una chance di essere letto da qualcuno, in qualsiasi parte del mondo, e in un momento qualsiasi del tempo, perché grazie al digitale, e alle barriere abbattute da questi “barbari” (di cui mi onoro di essere parte) ogni libro oggi è subito disponibile ovunque e per sempre.

Amen.