Fausto Lupetti sull’editoria: “Questa non è Economia”

[Con questo articolo vorrei avviare una riflessione settimanale, tutti i martedì, in dialogo con gli editori. Chi ha spunti osservazioni critiche o richieste da sottopormi può farlo inviandomi una mail su antonio@simplicissimus.it. Grazie!]

Fausto Lupetti
Fausto Lupetti
Capita raramente di imbattersi in editori consapevoli della reale situazione che l’industria del libro sta attraversando. Fino a due-tre anni fa molti di loro ti rispondevano con una scrollata di spalle “ma quale crisi! Il mercato del libro è anticiclico, quando c’è crisi la gente ha meno soldi e invece di andare in giro si chiude in casa a leggere un libro“. Mah.
Subentrò poi (e non ha ancora finito di far danni) la schiera di editori, ma anche e forse soprattutto di autori, critici e intellettuali, per i quali sì, il libro è in crisi, ma c’è un colpevole: la rete, internet, il digitale, gli ebook. “E cosa vuole, signora mia, con tutta ‘sta roba su internet per forza che nessuno legge più!” Qui quello che saggiamente Fausto Lupetti (di cui tra poco) definisce “la sponda cui approdare” (il digitale), viene addirittura additato come il male da cui fuggire. Ari-mah.

Nulla, nessuno, o pochi, pochissimi che si soffermi a contemplare una situazione ormai chiara con un po’ di lucidità: quella strana situazione per cui il mercato del libro di carta (e non solo in Italia, ma su scala globale, basta col provincialismo vittimista!) non è più sostenibile, “non è economia, ancora con Lupetti, mentre il suo ormai indubitabile approdo, la sua chiave di soluzione, non può ancora compensare le perdite che (per colpevoli ritardi) nel frattempo si vanno facendo pesantissime: “Nel bilancio degli editori e della filiera compresi i distributori e le Librerie la perdita media del 20-25 per cento che non è compensata dalle vendite di eBook.

Potrebbe sembrare un mero sfogo, quello pubblicato da Fausto Lupetti nel blog del suo distributore digitale STEALTH. Ma chi conosce Fausto sa che non è uomo da sterili sfoghi: editore di lungo corso, ha saputo porre al centro del dibattito i temi della comunicazione, pubblicando e facendo conoscere autori come Jean Baudrillard, Alberto Abruzzese, Jacques Séguéla. E lancia oggi un sasso nello stagno dell’industria editoriale libraria:

“Nei fatti cerchiamo di arginare questa situazione con i tagli, ma non è una buona idea. E’ il modello di business che deve cambiare. (…) Per fare innovazione bisogna cambiare, cancellare la memoria dicome si facevano prima le cose e farle in modo completamente diverso, mantenendo i valori del marchio editoriale . (…) Nei fatti nella filiera del libro ognuno cerca di scaricare le sue difficoltà sul vicino. Il libraio rende un libro dopo una settimana, il distributore carica sull’editore gli sconti assurdi, l’editore pubblica libri indecenti, intendo come manufatti.”

Alla diagnosi, impietosa come si conviene al buon medico, fa seguito l’indicazione precisa della via da intraprendere:

“Cambiare modello di business significa immergersi e credere nell’innovazione tecnologica che nel campo della comunicazione offre sempre maggiori opportunità di lavoro e di efficienza, l’economia del pensiero è l’unico settore che cresce. Cogliere l’occasione del digitale che supera ogni barriera distributiva del prodotto libro nel mondo per internazionalizzare la nostra cultura. In Italia abbiamo un patrimonio culturale che non ha nessuno, siamo seduti su una miniera e valorizzarlo nel mondo è una straordinaria occasione che ci offrono le tecnologie digitali.”

C’è però un problema, e su questo la riflessione di Lupetti si chiude, come a invitare a discuterne per trovare una soluzione:

“Il problema è che gli editori non hanno risorse proprie per affrontare un nuovo modello di business del libro, tantomeno la capacità di associarsi e fare sistema, e quindi non possono cogliere l’occasione che offrono la crisi e il digitale.”

E dunque che fare? Io qualche idea ce l’avrei, ma preferisco per ora mettermi in ascolto: sono tutt’orecchie!

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3 risposte a “Fausto Lupetti sull’editoria: “Questa non è Economia””

  1. Mi sono fatto un po’ i calcoli. Grande editore come Lupetti ma piccolo e piccolissimo come me ha serie difficoltà. Non tanto per la mancata attività degli italiani (potenzialmente tutti autori, meno che mai lettori), di leggere, quanto per un fatto drammatico che né lo stato, né i colleghi lamentano, almeno così apertamente. Parlo della cosiddetta “concorrenza sleale”.
    «Un ebook (scritto anche e-book o eBook), in italiano libro elettronico, è un libro in formato digitale a cui si può avere accesso tramite computer e dispositivi mobili, come smartphone, tablet PC e dispositivi appositamente ideati per la lettura di testi lunghi in digitale, detti eReader (ebook reader)».
    Breve definizione fonte Wiki del nuovo e speriamo definitivo formato per l’editoria. Qualcuno sottolinea “digitale” per porre le distanze tra il lettore incompetente e il lettore informatizzato. Leggere su di un foglio lo posson fare tutti. Leggere su di un dispositivo digitale o sul computer è altra cosa.
    Almeno così ci vogliono fare credere. In realtà, come in ogni epoca, quando il nuovo avanza e può sostituire il vecchio troviamo qualcuno che osteggia per un motivo o per un altro. Già a partire dalla tassazione IVA l’aliquota da applicare è uguale a quella dei beni di consumo, come un televisore o un frigorifero discriminando di fatto, questo nuovo modo di realizzare editoria. Poi vi è anche un altro motivo, che è legato alla filiera del “prodotto” libro. L’industria della carta, della chimica (dagli inchiostri alle sviluppatrici delle lastre, ai prodotti per il confezionamento del libro), delle messaggerie e delle distributrici, anche se quest’ultime ormai da tempo non sono altro che affiliate solo delle grandi case editrici monopolizzatrici del mercato del libro. In fine le tipografie, più o meno grandi, che vedono nel digitale un nemico grosso e scomodo, ovviamente, dato che la loro vita è legata alla carta stampata.
    Di questo poi, dato che per legge il libro deve essere “tracciato”, le tipografie ne hanno fatto una virtù, trasformandosi e sostituendosi di fatto alle piccole e medie editrici nazionali. Stampare un libro costa davvero, e se nella vostra idea vi è l’edizione del romanzo, della ricerca o dell’illustrazione, tipograficamente i costi, sempre a carico vostro, triplicano le spese riducendo la produzione a solo chi è nella disponbibilta economica di poter realizzare il libro. Ancora una volta, il formato digitale si presenta come alternativa “democratica” a chi vuol pubblicare, con testi, immagini e anche compendii multimediali, a differenza del libro stampato, e a costo minimo anche minimo prezzo, invogliando il consumatore all’acquisto online. Poi se a “tutti i costi” si vuole la prorpia copia e vederla ingiallire con voi, allora fate pure. Badate solamente che il tipografo/editore coi vostri soldi versi LUI l’IVA sulla copertina del SUO libro.

    PS: Fonte web. e mi pare che centri il bersaglio.

  2. L’editoria digitale viene spesso venduta come alternativa a quella cartacea, ma non è così, né per i piccoli editori, né per gli autori. Non lo è per i piccoli editori perché l’italiano medio legge poco e spesso viene fortemente influenzato dai media che sono sotto il controllo delle grandi case editrici, per cui finché il mercato digitale rimarrà di nicchia, vi sopravvivranno per lo più i piccoli editori, ma senza che questo cambi loro sostanzialmente la vita, ma come dovesse prender piede, le grandi case editrici lo satureranno velocemente così come accade oggi con le librerie, dove il libro del piccolo editore si perde in fondo a qualche scaffale mentre quello dei soliti noti sta in bella piazza in vetrina o sui tavoli davanti all’ingresso. Analogo il discorso per gli autori: se autopubblichi in inglese hai un mercato talmente vasto che anche un insuccesso vale più di un successo editoriale in Italia, ma se autopubblichi in italiano potrai vendere qualche centinaio di copie all’anno, un migliaio se sei bravo. Nulla in confronto a quello che deve vendere un libro per poter vivere nel fare lo scrittore. E se non guadagni abbastanza, avrai sempre da ritagliare lo scrivere dai frammenti di tempo libero che ti lascerà in tuo vivere quotidiano, lavoro e necessità domestiche. Il nostro è un Paese che non dà opportunità agli artisti… anzi, in effetti non la dà neppure a ricercatori, professionisti, commercianti, imprenditori… a nessuno, insomma.

  3. Per spingere l’editoria digitale bisogna lasciare più soldi agli editori/autori, abbassando l’iva; offrire la possibilità ai genitori di acquistare a tariffe agevolate tablet per i figli per poterli preparare al digitale (un tempo si comprava il computer per fare le ricerche, oggi il tablet per studiare); convincere le case editrici principali a dotare i loro libri cartacei di una versione ebook compresa nel prezzo (in questo modo abituerebbero alla lettura anche i più irriducibili…. sapendo che la copia digitale è gratis all’italiano fa gola); ed in generale cercare di abbattere in ogni modo e misura il mercato del nero… perché oggi la filosofia con la quale una persona acquista un eReader è “qui dentro posso mettere 3000 libri, adesso li scarico tutti dalla rete abbabbo morto!”

    ECCO…

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