Descrizione oggettiva della felicità (o delle canocchie)

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Sono a passeggio sul lungomare di Porto Recanati con Patrizia, Matilde e Monella. Monella scorrazza senza guinzaglio, il vento in faccia. Corriamo e giochiamo. Dall’altra parte arriva Pierluigi con una busta in mano: “Su in fondo trovi le pannocchie fresche“. “Ci vado subito, grazie!“. Monella lascia un goccio di pipì sopra quella dei suoi amici, un’altra corsa e siamo all’altezza dei barchini. Sono tutti fermi, è sabato pomeriggio. Tutti meno uno. Tre sagome d’uomo stanno districando le canocchie vive dai retini. “Fammene due chili”. Venti euro, e me le ritrovo che saltano ancora nella busta. Torniamo indietro.

A casa le risciacquo alla svelta. Sul fuoco c’è l’olio a sfrigolare con l’aglio e il rosmarino, ci butto le canocchie vive: due o tre sussulti, un grosso pizzico di sale grosso, una sfiammata rapida col vino bianco. Amen.
A Macerata le chiamano “straccialabbra“. Non hanno tutti i torti quei terroni: ne ho mangiate una decina e ho le labbra di chi ha baciato un foglio di carta vetrata. Mai mangiate così buone, lo giuro. Le labbra le consólo con frequenti impacchi di Verdicchio “Il Coroncino” 2009, fresco il giusto. Anche il cane ha mangiato di gusto la sua roba. È tutto.