Caro Christian Raimo, Ferrari è quel che è, ma gli altri non sono migliori di lui

Gian Arturo Ferrari è stato per un ventennio, fino a tutto il 2009, il manager più potente dell’editoria libraria italiana, alla guida del gruppo Mondadori.
Gian Arturo Ferrari è uno degli intellettuali più colti ed eruditi di cui l’Italia umanistica disponga.
Gian Arturo Ferrari è, dal 2010, il Presidente del Centro per il Libro e per la Lettura (CEPELL).
Gian Arturo Ferrari duellava con me sugli ebook, nel novembre 2009 (era ancora il numero 1 in Mondadori), in questo modo a Fahrenheit.
Gian Arturo Ferrari, con tutto quel che è stato e che è, ieri se ne esce così sul Corriere, come un blogger arrabbiato qualsiasi.
[Edoardo Brugnatelli, storico direttore editoriale Mondadori che con Ferrari ha lavorato gomito a gomito, in un bel corsivo su Facebook dichiara il suo sgomento per “l’impudenza e il cinismo” di Ferrari.]

Christian Raimo, dal blog di Minimum Fax, critica l’incredibile pezzo di Ferrari dal punto di vista di una editoria nobile che fa cultura, contro chi (Ferrari, per l’appunto) si è reso negli anni colpevole della “deriva mercatista della Mondadori“.

Ebbene, caro Raimo, se la critica all’ipocrisia con cui Ferrari fustiga oggi l’editoria italiana è sacrosanta, non altrettanto condivisibile mi pare ciò che dal suo pezzo si evince, l’esistenza cioè di una editoria buona contrapposta a quella che Ferrari ha propugnato per anni.
L’atteggiamento anti-ferrariano buono sarebbe quello di chi si prestasse, dall’esterno (per dirla chiara: con fondi pubblici), a cavare le castagne dal fuoco, a “scovare il modo di finanziare un settore al collasso“. Finché l’editoria si penserà così, all’estremo opposto delle sue pretese “derive mercatiste” e a favore di “derive stataliste“, ovvero come “realtà culturale” che “fa cultura” e che per questo dovrebbe affibbiare a qualcun altro (lo stato, ovviamente, o perfino gli stessi lettori, a cui regalare à la Française prezzi più alti per legge) il compito di risolverne i problemi economico-finanziari, se continuerà a pensarsi così, dico, l’editoria si autoqualificherà come parassita del sistema, senza peraltro risolvere i suoi problemi.

L’editore non è una realtà culturale, e non fa cultura, ma, per come la vedo io, ha ragione Ferrari (anche se non ha i titoli per dirlo): è semmai “industria culturale, è impresa in uno specifico settore dell’economia, in un settore peraltro, tra i rarissimi oggi, in crescita. Come tale l’editore è imprenditore. E se l’unica cosa che un imprenditore, quando gli va bene (com’è stato per anni) è dirti (me l’hanno detto per anni!) “tranquilli, il libro non andrà mai in crisi, è addirittura anticiclico!“, o “tranquillo, Amazon non arriverà mai in Italia, siamo troppo diversi!“, o “tranquillo, l’ebook è un fuoco di paglia, il libro di carta è come il cucchiaio, non cambierà mai, l’ha detto pure Eco!” (tutte cose che ho sentito con le mie orecchie sia da Ferrari che da TUTTI gli altri cosiddetti “grandi editori” italiani), beh, non c’è da meravigliarsi che quando poi la crisi arriva davvero sia un imprenditore totalmente incapace di cercare soluzioni, e si appelli al suo ruolo culturale in nome del quale i soldi pubblici dovrebbero andare a lui, anziché (chissà perché) al mio amico che invece che libri produce suole per le scarpe e si trova ugualmente in crisi.
E temo che all’inazione di un ente inutile come quello presieduto da Ferrari (il Cepell), non possa rimediare l’associazione “informale” a cui lei si appella: quel Forum del Libro, che, sotto la coltre delle erudite relazioni di cui infarcisce i suoi elitarissimi convegni, sforna alla fine come proprio principale frutto la proposta di una “Legge per promuovere il libro e la lettura” il cui dirigismo statalista risulta, oltre che velleitario, soffocante.

Non è questa, non è mai stata questa dell’assistenzialismo, la via per risolvere i problemi di una realtà in crisi. La via è piuttosto quella della creatività imprenditoriale. Ma tutti occupati a lamentarsi addosso (con Ferrari che anche in questo, da par suo, li ha superati tutti in un colpo solo), dove troveranno il tempo, gli editori nostrani, di dedicarsi creativamente al problema? Serve forse una generazione nuova di editori, e il self publishing ne è forse l’annuncio. Per questo, anche per questo, non sarò al convegno del Forum del Libro, nel fine settimana prossimo, ma sarò invece a festeggiare con autori e professionisti dell’editoria, i fermenti nuovi e caotici, ma carichi di creatività e voglia di fare, del self publishing, a Senigallia: #ISPF2013. Troverò lì qualche editore curioso di vedere cosa succede? Sarebbe un bel segnale.

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5 risposte a “Caro Christian Raimo, Ferrari è quel che è, ma gli altri non sono migliori di lui”

  1. Nel 2006 io e mio marito abbiamo fondato la nostra casa editrice, dal niente, ma con tante idee e sogni per la testa. E’ stato difficile e lo è ancora riuscire a sopravvivere, rendersi conto che bisogna fare tutto da soli, che la distribuzione in conto terzi è più un problema che un aiuto, che fare libri di qualità non vuol sempre dire riuscire a venderli. Si, essere editori, è prima di tutto essere imprenditori, gestire tutto il lavoro in modo professionale, restare sempre aperti alle novità, creare reti. Per sopravvivere dobbiamo vendere, inutile cercare di appoggiarsi a finanziamenti pubblici, perché la nostra attività è uguale ad un’altra e non sicuramente migliore perché facciamo ‘cultura’ (quanti editori conosciamo che non sanno neanche cosa voglia dire fare cultura?) e poi basta con l’idea che sia necessario essere supportati dal pubblico! E’ necessario muoversi, conoscere, farsi conoscere, parlare e confrontarsi con chi ha voglia di farlo, e forse riusciremo, noi piccoli editori, a far leggere i nostri libri, a far emergere autori meritevoli, a creare basi solide che ci permettano di contribuire alla crescita del nostro Paese.

  2. Non scrivo per entrare nel merito delle polemiche tra Raimo e Ferrari, ma solo per respingere due valutazioni sul Forum del Libro che Tombolini ha inserito nel suo articolo e che trovo francamente sbagliate.
    Il Forum – di cui sono presidente da un anno circa – è un’associazione che raccoglie insegnanti, bibliotecari, librai, editori e altre figure impegnate sul territorio e nel mondo del libro, accomunate dal tentativo di valorizzare le esperienze di base nel campo della promozione della lettura. Non capisco, quindi, da cosa nasca la definizione di “elitarissimi convegni” a proposito degli incontri che organizziamo e che da dieci anni sono essenzialmente un’occasione per valorizzare e discutere le buone pratiche provenienti dal mondo dell’associazionismo e del volontariato. Non capisco neppure l’accusa di “dirigismo statalista” riferita alle nostre proposte di interventi legislativi a favore della diffusione della lettura. Nelle nostre proposte, che possono piacere o non piacere, non c’è nessuna richiesta di assistenza o sovvenzioni, né protezioni che tengano artificiosamente in vita realtà aziendali o commerciali in crisi, ma solo di politiche pubbliche e di azioni affidate a un partenariato pubblico/privato, che puntino ad allargare le basi sociali della lettura e a favorire in questo modo la crescita individuale e collettiva dei cittadini. Se uno degli effetti degli interventi che chiediamo sarà quello di contribuire a creare le condizioni di mercato per cui editori e librai possano continuare a fare il loro lavoro, se sanno farlo bene, non mi pare che ci sia nulla di “soffocante”, come invece scrive Tombolini.

  3. Gentile Giovanni, le valutazioni di “elitarismo” dei consessi convocati dal Forum che lei presiede sono naturalmente soggettive, e in questo caso personalissime, fondate quindi su un metro, il mio, che riconosco essere molto “pop”. Non ho alcuna difficoltà ad accettare il fatto che io possa esagerare in questo.

    Quanto però al “dirigismo statalista”, mi pare di poterne coglierne diversi indizi testuali.

    Cito dalla lettera-appello rivolta ai candidati delle passate edizioni:
    E questo proprio in un paese come l’Italia in cui la propensione alla lettura è più bassa della media europea. La responsabilità principale è dei tagli a scuola, cultura e università effettuati dai governi recenti.
    La propensione alla lettura in Italia (bassa, anche se con ampie diversificazioni rispetto a parametri geografici) è una costante da decenni. Non si capisce quindi come questa possa essere invocata come causa della recente crisi dell’editoria, né come possa essere attribuita in via “principale” ai tagli a scuola cultura e università effettuati dai “governi recenti”. Se ne deduce peraltro che “governi passati” fossero più in linea coi desideri degli scriventi, e proprio in quanto più “generosi” quanto a finanziamento pubblico di quei settori.

    Tralasciando il costume, tanto deprecabile quanto diffuso, da parte di associazioni private di voler sempre e comunque parlare a nome di tutti (vengono proposti cinque punti “che non hanno carattere di parte ma interessano tutti gli italiani“: e chi l’ha detto? Io per esempio non mi ci ritrovo affatto), tutto l’appello a me sembra (insisto) improntato a null’altro che a invocare più soldi dallo stato. Potrei citare più passaggi, compresi quelli apparentemente più “ovvi” relativi al finanziamento “della cultura” e delle biblioteche pubbliche: su queste mi limito a dire che finché non avverrà un passaggio (questo sì culturale) da una concezione del “pubblico” come “statale” a quella del “pubblico” come “della comunità”, nessuna iniezione di denari aiuterà a risollevarne le sorti e a disegnarne una nuova identità. Mi limiterò invece a citare alcuni punti in cui macroscopicamente si bussa alla porta della pubblica tesoreria per sostenere iniziative private e imprenditoriali, sempre in nome (beninteso!) della “eccezione culturale” di francese invenzione (che tanti danni sta già facendo oltralpe):
    – perché si chiede allo stato di “certificare” le “librerie di qualità“? Non dovrebbe essere un utente attento e attrezzato a decidere cosa è qualità e cosa no? E perché a queste dovrebbe essere garantito (cito) “l’accesso ad agevolazioni fiscali legate anche alla locazione delle sedi e garantisca priorità nella fornitura alle biblioteche“? Si risponde “per salvarle”. E da cosa, dico io? Dalla loro obsolescenza? Dal fatto che – agevolazioni fiscali o no – nessuno ci entra e va più a comprarci libri?
    – perché si chiede allo stato che “ai libri elettronici sia pienamente riconosciuta la natura di prodotti culturali, anche dal punto di vista fiscale“? E sono prodotti “culturali” tutte le ciofeche che pure vengono distribuite, siano esse a stampa o digitali? E sono “meno culturali“, che so io, i prodotti di un artigianato colto e storicamente radicato che si esprime nelle tante e diverse “culture materiali” di cui l’Italia è ricca?
    – e rifinanziare il Centro per il libro e la lettura, ente addirittura governativo, non è forse dirigismo statalista? E non lo è anche investire soldi pubblici “nella formazione degli operatori“?
    – E non è dirigismo statalista sostenere che “una politica di promozione della lettura dovrà prevedere anche incentivi per l’acquisto di libri e l’abbonamento a riviste, attraverso sgravi fiscali almeno per determinate categorie di contribuenti“? (Mi fa sempre sorridere un po’ poi pensare alla concreta implementazione di queste misure: saranno disponibili incentivi anche per comprarsi Chi e Playboy, o saranno limitati al solo acquisto di Limes e Internazionale?).

    Insomma, ci siamo capiti. So già, gentile Giovanni, quel che sta pensando: quel che per me è espressione di “dirigismo statalista”, per lei non è altro che nobilissimo (per quanto astrattissimo) “partenariato pubblico/privato”.
    Non resta che affidarci entrambi al giudizio, qui, dei miei venticinque lettori, che inviterei a rileggere la sua perentoria affermazione, dopo aver considerato gli esempi da me sopra riportati:
    Nelle nostre proposte, che possono piacere o non piacere, non c’è nessuna richiesta di assistenza o sovvenzioni, né protezioni che tengano artificiosamente in vita realtà aziendali o commerciali in crisi.” Ehm.

  4. Concordo pienamente con Tombolini quando scrive a proposito delle biblioteche pubbliche “finché non avverrà un passaggio (questo sì culturale) da una concezione del “pubblico” come “statale” a quella del “pubblico” come “della comunità”, nessuna iniezione di denari aiuterà a risollevarne le sorti e a disegnarne una nuova identità”. Questo passaggio, tuttavia, è già avvenuto in moltissime realtà locali, senza che nessun privato (o pochissimi) si sia mai posto il problema di sostenere il processo in nome del progresso della comunità.
    La contrapposizione fra liberisti e statalisti per quanto riguarda le biblioteche è ridicola perché inesistente.

  5. Grazie, Antonio, per aver riportato il discorso a temi concreti, dalla “militanza ideologica” alla “militanza imprenditoriale”.

    C’è un tema ambiguo e pericoloso nel rapporto “pubblico”/”della-comunità”, che è sempre lo stesso anche per le imprese che si occupano di scuola, sanità, infrastrutture (ma perché no, anche di suole per scarpe): ovvero l’altissimo rischio di manipolazione cui può essere soggetta la decisione di cosa meriti il bollino di “bene comune” e pertanto di cosa vada tutelato, come e con i soldi di chi.

    Perché stiamo parlando di soldi (investimenti, finanziamenti, agevolazioni), non -come (forse?) si erano ingenuamente illusi Ferrari e il Cepell, e tutti gli italiani per vent’anni- di comunicazione.

    I “fermenti nuovi e caotici” del self publishing sono da guardare con attenzione, ma non come rivoluzione culturale. Sono solo un nuovo ramo (ancora non sappiamo quanto fruttifero: dipende sempre da chi controlla piattaforme e tecnologie) della stessa, vecchia e caotica, industria.

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