Simplicissimus pubblica [mini]marketing


[UPDATE 12/12/2008, ore 2.32: a poco più di 24 ore dalla pubblicazione, l’ebook di Gianluca Diegoli è stato scaricato 726 volte (o “voltes”, come recita la localizzazione italiana di box.net…)]

Sono molto orgoglioso di annunciare la pubblicazione di [mini]marketing, 91 discutibili tesi per un marketing diverso, di Gianluca Diegoli. Download gratuito, a cura di Simplicissimus Book Farm.

20 risposte a “Simplicissimus pubblica [mini]marketing”

  1. Salve a tutti… non sono molto d’accordo con gran parte dei punti elencati, trovo che non ci siano idee nuove. Soprattutto nel proporre “conversazione” piuttosto che pubblicità, a meno che non si faccia riferimento esclusivamente alle vecchie forme di advertising.
    La pubblicità è per definizione una forma di comunicazione, e ciò è tanto più vero quando si includono le possibilità che il web e le nuove tecnologie mettono a disposizione dell’interattività fra le persone (e quindi fra aziande e potenziali consumatori).
    La conversazione aziendale come viene definita, secondo me non è incompatibile con le diverse forme di pubblicità (non solo monologhi), semmai è utile partire da essa per sviluppare piani di comunicazione.

    E’ vero che in alcuni casi la ripetizione assillante di messaggi attraverso gli stessi canali è ormai obsoleta e a volte priva di efficacia, ma generalizzare tale affermazione alla pubblicità in generale credo sia del tutto fuorviante.

  2. Bene chiara: a te l’onere della prova, fammi un esempio di “pubblicità” che “include le possibilità che il web e le nuove tecnologie mettono a disposizione dell’interattività (e quindi fra aziende e potenziali consmatori).”
    Però consentimi un punto: il fatto che tu continui a parlare di comunicazione fra “aziende” e “potenziali consumatori” già significa che non hai voluto fare lo sforzo minimo di base per capire quel che Gianluca scrive quando parla di conversazione. Vedi, il punto è che le “aziende”, non parlano, non conversano, semplicemente perché NON ESISTONO, sono astrazioni. E il fatto è che io non sono un “potenziale consumatore” dell’azienda, perché anche il “potenziale consumatore” è un’astrazione. ESISTONO SOLO LE PERSONE. Persone che nell’ambito delle relazioni umane che intrattengono, intrattengono anche relazioni di tipo economico e commerciale, comprano e vendono. E quando comprano e vendono non smettono di essere persone, la persona-compratore e la persona-venditore. E questo, se preso sul serio, ESCLUDE la possibilità stessa della pubblicità (acquisto di spazio-tempo a pagamento per imporre un messaggio a qualcuno che non l’ha chiesto), semplicemente perché non è una modalità di conversazione tra persone, e riduce le persone ad astrazioni (aziende e consumatori), e questa non è cosa buona. Non lo è mai stata. Ma la novità è che adesso NON FUNZIONA PIU’.

  3. Ad esempio, l’azienda che crea un portale per la promozione dei suoi prodotti, c’è un forum dove le persone possono scambiare le loro opinioni, iscriversi alla news letter (SPONTANEAMENTE) tramite cui essere sempre aggiornati sulle novità. Ad esempio proprio ieri mi è arrivata un e-mail di un’azienda (mi ero iscritta alla newsletter) che mi informava dell’uscita di un nuovo software e quindi della possibilità di partecipare all’evento di presentazione… molto probabilmente andrò e potrò anche conversare con i rappresentanti dell’azienda. Non è pubblicità questa? con tanto di comunicazione faccia a faccia e la possibilità di interloquire con altre persone che l’azienza reputa anche potenziali clienti. Sapevo che l’uso di tale termine avrebbe portato ad una rivolta, ma quando parlo di potenziale cliente non escludo la sua intrinseca natura umana, di fatti come tutti sanno il marketing nasce dall’esigenza di rispondere ai bisogni umani e non considerare la naruta umana delle persone escluderebbe la ragion d’essere del marketing. Parlare di potenziale cliente significa aggiungere un’etichetta all’essere anche e soprattutto persona. Dire che una persona sia cattolica esclude che sia anche persona? non credo. Significa solo che probabilmente la domenica andrà in chiesa e dirà le sue preghiere e via dicendo (x semplificare è solo un esempio). Così anche nel caso del potendiale consumatore significa che è una PERSONA che probabilmente avendo ricevuto una qualche comunicazione andrà all’evento di quell’azienda e forse aqcuisterà quel prodotto. E lo acquisterà proprio perchè essendo umana ha il bisogno di averlo (che esso sia pane, latte, oro zecchino).

    Il marketing morirà quando moriranno i bisogni umani e così anche la pubblicità.
    Quello che invece cadrà in diduso saranno alcune metodologie di pubblicità a favore di nuove.
    Volgliamo inserire anche i social network? che includono le chat? e ki + ne ha + ne metta…

  4. x ultimo: le aziende sono un sistema ed esistono in quanto esistono le PERSONE che ne fanno parte e ne creano la sua peculiarità rispetto ad altre aziende.
    (scusate x i refusi…)

  5. “Il marketing morirà quando moriranno i bisogni umani e così anche la pubblicità.”
    Di fronte a dogmi di fede come questo ogni possibile argomentazione razionale viene meno.
    Si vorrebbe far osservare che marketing e pubblicità esistono da un secolo o poco più, e che prima non c’erano. Ma mi risponderesti che esistevano eccome, anche se non si chiamavano così.
    Si vorrebbe far osservare che marketing e pubblicità dei bisogni umani se ne fottono, e che nascono esattamente nel momento in cui con i processi di produzione industriali l’offerta supera la domanda, e la domanda ha bisogno di essere indotta. Ma mi risponderesti che no, quello è il cattivo marketing e la cattiva pubblicità, e che invece il marketing buono e la pubblicità buona sono fatti solo per chiedermi “di cosa hai bisogno?” e per propormi proprio la soluzione che fa per me.
    Si vorrebbe osservare che il fatto che tu (“azienda”) mi tratti come un’etichetta che aggiungi (senza che io te lo abbia chiesto) al mio “essere personale” non è per me né lusinghiero né gradito, e che la tua (dell’azienda, intendo) etichetta ne faccio volentieri a meno, e se provi ad appiccicarmela addosso magari mi incavolo. Ma tu mi risponderesti che l’etichetta me la appiccichi per il mio bene.

    Si vorrebbe osservare che se l’azienda esiste solo in quanto esistono le persone che ne fanno parte (sacrosanto) non si capisce come mai la quasi totalità delle aziende si preoccupi di nascondere accuratamente ogni possibilità reale di contatto di dialogo e di conversazione non con “l’azienda” ma con quelle singole persone.

    Ma non servirebbe a nulla, avresti a tutto una risposta (dogmatica) pronta, perché la tua, per ora, è una fede.

    Ti faccio solo osservare (ma mica solo a te, ché in questo sei in ottima compagnia) che nell’epoca del nietzscheano “Dio è morto” non siamo capaci di reggere nemmeno un banale “il marketing è morto”, tanto abbiamo bisogno di stampelle fideistiche con cui puntellare la nostra vita. Come sarebbe più bello buttarle vie, quelle stampelle, e provare a camminare liberi.

  6. Ti assicuro Antonio che di fede ne ho una sola e nn ha nulla a che far con il marketing.
    Di mestiere non faccio questo, la mia è solo un’opinione non un dogma da seguire!
    L’argomentazione razionale, come dici tu, finisce quando ti rispondi da solo.
    Neanche io amo l’invasione delle tecniche di marketing e di pubblicità che l’offerta eccedente ha portato ed è per questo che difendo chi non ne fa uso. Non credo che tutte le aziende non promuovano la comunicazione con le persone che la compongono, per lo meno nella mia esperienza non è così.
    Ribadisco che non mi sembra neanche un’idea così originale, dato che già dal primo esame di marketing che feci il professore ci raccontava di come andasse ad ascoltare i dipendenti dell’azienda: dall’operaio al dirigente. E ho conosciuto altri manager che seguono lo stesso iter. Sull’importanza di questo tipo di comunicazione non ci sono assolutamente dubbi e credo sia la sola cosa su cui abbiamo la stessa opinione. Perchè per quanto mi riguarda si vorrebbe osservare che di opinioni si tratta e non di dogmi.

  7. @ luigi g.
    penso che “massima espressione” possa essere preso come un complimento.
    sulle parole “pubblicità e marketing” basta mettersi d’accordo: la parola “monitor”, quindici anni fa, identificava oggetti molto diversi da quelli attuali, sono rimaste identiche solo la fonte d’energia e la finalità.
    forse si può, o si potrà, dire lo stesso anche della pubblicità e del mktg.
    ingannare? un blog? 😀
    sta qui, solo qui, l’inghippo: la comunicazione che non può ingannare.
    ci può provare, certo, ma la storia (dei blog) insegna che essere sbugiardati, svergognati e messi alla gogna su tutta la blogosfera è un attimo: non conviene proprio provarci…

  8. i siti non li cerca più nessuno, i blog finiscono per essere ritrovi di commari che si “parlano addosso tra di loro”. La pubblicità tradizionale , come tutte le cose, esiste quella di qualità e quella arrogante e inutile. Una buona pubblicità è efficace come un buon film. Le persone riescono a percepire l’innovazione , come riescono facilmente a smascherare banalità fatte passare per novità assolute, cosa che spesso avviene quando si è in mancanza assoluta di idee.

  9. @Noa

    Scusa, ma chi te l’ha detto che io volevo insultare o criticare in senso negativo con la frase “massima espressione”?

    Sul fatto che bisogna mettersi d’accordo sul significato delle parole non posso che concordare, per questo dico che la pubblicità intesa nel senso ristretto di messaggio unilaterale è morta mentre la pubblicità in quanto tale non morirà mai, ed è per questo che dico che secondo me Antonio fa il furbetto affermando una cosa che è per forza di cose vera, dipende solo dal punto di vista con cui la si osserva.

    Ingannare non è mica solo dire cose false.

  10. @ Chiara e Antonio.
    Due considerazioni sulla Persona come lavoratore e come cliente.

    Una delle differenze sostanziali tra l’impresa artigiana e l’azienda industriale è la concezione del lavoro umano. Nel primo caso il lavoro umano è fonte originale di valore, cosciente dell’intero processo produttivo. Nel secondo caso si tenta di ridurlo ad una macchina parcellizzando i compiti, per rendersi immuni dal personalismo dei propri dipendenti, migliorare la produttività e produrre oggetti in serie. Il Taylorismo, con la catena di montaggio e la misurazione dei tempi è solo una tappa di questo processo di riduzione dell’uomo alla macchina dal 700 a oggi in nome dell’efficienza economica.

    Prima la questione per molti lavori era più semplice: c’era la servitù della gleba e la schiavitù.

    A partire dalla seconda metà del 900 si è compreso che la riduzione dell’uomo alla macchina aveva effetti deleteri sulla persona e anche sull’economicità con il crescere della complessità dei compiti. Infatti con il tempo si è iniziato a parlare di motivazione, team, asili nido i figli dei dipendenti etc…Ma questi sono solo palliativi, correttivi rispetto all’ideologia dominante nelle aziende industriali, con ovvie eccezioni naturalmente.
    Ormai, nelle Aziende più illuminate, pensando di essere politically correct, le Persone sono dette Risorse Umane o Capitale Umano: insomma qualcosa da sfruttare.
    La logica industriale è la logica vincente in quasi tutti i settori e quasi ad ogni livello. E’ evidente allora Aziende sono incapaci di entrare in relazione con le Persone. perchè le Persone che ci lavorano nella maggior parte dei casi non si riconoscono in essa e l’Azienda non si riconosce nelle persone che lavorano per lei.
    A meno che non pensiate che quello che dice l’Amministratore Delegato sia più importante e rappresentativo di quello che dice l’ultimo degli operai di uno stabilimento cinese 🙂

    Un’altra distinzione tra impresa industriale e quella artigianale è la diversa concezione del cliente. Nel primo caso il cliente ideale è anonimo, massificato. Nel secondo ogni cliente è una persona.

    Se vogliamo che le Aziende cambino approccio con il cliente occorre anche che imparino a produrre secondo logiche diverse come quella artigianale che si fonda, tra l’altro, sulla relazione e sulla conversazione con il cliente.

    grazie per la pazienza.

  11. Gialluca grazie per l’illuminante chiarimento.
    La tua mi sembra una lezione di economia puramente teorica.
    Posso accettare il concetto che esponi di tornare ad un approccio artigianale, ma nella pratica come pensi sia realizzabile?
    Annulliamo la rivoluzione industriale e torniamo allo scalpello?
    Come le costruiamo le automobili? gli aerei? le navicelle spaziali?
    Per tornare all’economia ho sempre creduto nell’affermazione di Smith: “un’occupazione ripetitiva e priva di stimoli, che non ponga l’individuo in
    condizione di esercitare le sue facoltà, lo renderà stupido e ignorante.”
    Ma ciò non credo sia sufficiente per abolire tutto di ciò che crea l’industria. Credo infatti che le macchine siano state create in origine per alleviare e migliorare le condizioni del lavoratore.
    Lo sfruttamento è sempre esistito, la schiavitù di cui anche tu hai fatto cenno è molto anteriore alla nascita dell’industria, ciò dimostra che non è l’industrializzazione a portarla, ma le stesse persone di cui tu parli. Sono le persone che decidono e hanno la facoltà di scelta e non i metodi produttivi.

  12. 1. La questione è che l’attuale struttura delle imprese di matrice industriale (non solo la funzione Marketing) non è compatibile con il concetto di conversazione.
    O ci teniamo le imprese come sono e niente conversazione o aspiriamo alla conversazione, allora dobbiamo cambiare radicalmente la cultura industriale delle imprese non solo il loro Marketing.

    L’artigianato è solo una delle opzioni storicamente date. Sono certo che il futuro ci riserverà delle sorprese.

    A scanso di equivoci, nella dialettica Artigianato-Industria, io sono per l’Industria senza conversazione. I prezzi sono sufficienti a fare “conversazione” (v. ebay 🙂 )

    2. Non ho parlato di sfruttamento (termine troppo caratterizzato) e mi dispiace per l’inciso storico sulla schiavitù che ha distolto l’attenzione.

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