In difesa dell’identità del Vino Italiano: non firmate quell’appello

[Disclaimer #1: Post lunghetto, se non hai tempo o voglia, meglio che non cominci neanche a leggere]
[Disclaimer #2: si parla di vino, se l’argomento non ti interessa, vedi sopra]

…un profumo così caratteristico e così etereo non l’avevo mai sentito!

No, non firmerò l’appello promosso da Porthos In difesa dell’identità del Vino Italiano, per una serie di ragioni che provo a spiegare.

La prima è che – soprattutto di questi tempi – tutto ciò che si presenta per difendere la propria identità mi sta antipatico. Lo so, sembra un argomento debole, ma non lo è: certo, è contingente, nel senso che è un argomento che ha un senso storico, nel qui e ora che stiamo vivendo. Ma questo qui e questo ora, a mio avviso, di tutto hanno bisogno tranne che di ulteriori trincee a difesa della propria identità. Di questi tempi appelli e azioni in difesa della identità hanno senso, secondo me, solo se riguardano la difesa dell’identità altrui: se riguardano la propria no.

La seconda ragione riguarda, nel merito, quel che penso sul vino e sul sistema delle denominazioni di origine e dei relativi disciplinari. In quell’appello si scrive che I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l’identità e l’integrità dei vini italiani. E poco più in là ci si propone di restituire credibilità ai disciplinari e recuperare lo spirito che li ha generati.

Ebbene i disciplinari non hanno mai avuto queste nobili finalità, né lo spirito che li ha generati merita alcuna considerazione e tantomeno alcuna difesa. Essi sono nati e sono voluti come gabbie, per far sì che, in ciascuna denominazione, i padroni del vapore possano a loro piacimento escludere da essa (indipendentemente da caratteristiche oggettive!) quelli che non si adeguano non al disciplinare, ma alle volontà di chi lo ha in mano. E lo spirito che sin dall’inizio li informa è il totale arbitrio di chi governa le singole denominazioni.

Ne volete qualche prova? Eccovi serviti:

Il “Barolo”, all’atto dell’immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
colore: rosso granato con riflessi arancione; odore: profumo caratteristico, etereo, gradevole, intenso; sapore: asciutto, pieno, robusto, austero ma vellutato, armonico. (Disciplinare Barolo, art. 8)

Il vino a denominazione di origine controllata e garantita “Brunello di Montalcino” all’atto dell’immissione al consumo deve rispondere alle caratteristiche di seguito esposte:
– colore: rosso rubino intenso tendente al granato;
– odore: caratteristico ed intenso;
– sapore: asciutto, caldo, un po’ tannico, robusto, armonico, persistente. (Disciplinare Brunello, art. 6)

Questo è invece il Montepulciano d’Abruzzo:
colore: rosso rubino intenso con lievi sfumature violacee tendenti al granato con l’invecchiamento;
odore: profumo caratteristico, etereo, intenso;
sapore: asciutto, pieno, robusto, armonico e vellutato. (Disciplinare Montepulciano d’Abruzzo, art. 6)

Il Montefalco Sagrantino:
– colore: rosso rubino intenso, talvolta con riflessi violacei e tendente al granato con l’invecchiamento;
– odore: delicato, caratteristico che ricorda quello delle more di rovo;
– sapore: asciutto, armonico. (Disciplinare Montefalco Sagrantino, art. 6)

Devo continuare? No, non c’è bisogno. Alla faccia della difesa dell’identità. Vi immaginate la scena?

Capo della Commissione di Degustazione: sai caro Tizio, il profumo del tuo vino non mi ricordava le more di rovo, mi dispiace, niente denominazione. E il tuo, poi, caro Talaltro, il sapore era sì armonico, ma non era abbastanza austero, come posso ammetterti, lo capisci da te, no? Oh, il tuo, invece, carissimo, era perfetto: un profumo così caratteristico e così etereo non l’avevo mai sentito!

Ma per favore. E ci si dovrebbe mobilitare per difendere questa robaccia qui?

Di queste cose avevo già scritto qui, nel 2002:

Quale sarà la reazione del mercato quando si accorgerà che la maggior parte dei disciplinari di produzione, sia nella determinazione degli areali che in quella dei requisiti tecnico-scientifici, è frutto di contrattazione e compromesso politico più che di corretta determinazione storico-scientifica di un prodotto locale, di un vino locale autentico e autenticamente radicato a un preciso territorio?
E’ facile rispondere: non darà più alcun peso alla Denominazione. Sta già accadendo, è sotto gli occhi di tutti. Risultato: il sistema delle Denominazioni diviene un enorme e complesso e costosissimo carrozzone che non svolge funzione alcuna, né nei confronti dei consumatori, né nei confronti dei produttori di qualità, ma anzi opera a loro danno.

Chi vorrà leggere quelle righe, scoprirà che non sono certo per il mantenimento dello status quo, tutt’altro.
Solo che le cose da fare – secondo me – vanno nella direzione opposta di quelle propugnate nell’appello: si tratterebbe di semplificare i disciplinari, di ridurli ai soli requisiti minimi, ai soli elementi oggettivi e misurabili, senza lasciare alcuno spazio all’arbitrio delle commissioni di degustazione (di cui non c’è alcun bisogno).

All’interno di questi requisiti minimi comuni stabiliti per ciascuna denominazione, poi, consentire la massima libertà, perché i produttori che vogliono possano costituirsi in consorzi realmente volontari, per applicare a se stessi dei Disciplinari Volontari Autodeterminati, più esigenti e più restrittivi:

Credo ormai che l’unica via percorribile sia quella della creazione e divulgazione di Disciplinari e Denominazioni Volontarie: un gruppo di produttori, magari cominciando da quei produttori di qualità che più soffrono i danni della massificazione cui conducono le Denominazioni più vaste, potrebbe utilmente autodeterminare, con gli ausili tecnici e scientifici necessari, un Disciplinare Volontario, cui i produttori stessi dichiareranno di attenersi.

[Mi sia consentita infine una noterella, sottovoce sottovoce per carità: non sarà il caso di finirla con tutta questa enfasi sui vitigni autoctoni e alloctoni? O non abbiamo ancora imparato che i vitigni, come le razze da carne, come le colture agricole, come ogni altro prodotto, sono frutto del lavoro dell’uomo? O non abbiamo imparato che ciò che definiamo oggi autoctono non è altro che l’alloctono che ci ha provato, ci si è trovato bene, e ha preso casa (anche) qui? Ma questo è un altro discorso, non tenetene conto :)]

6 risposte a “In difesa dell’identità del Vino Italiano: non firmate quell’appello”

  1. Se non sbaglio prestigiosissimi vini non hanno alcuna denominazione d’origine, proprio in rifiuto di queste normative praticamente inutili..
    In effetti questa storia delle denominazioni ricorda gli ordini professionali..

  2. Antonio, ho letto e riletto e l’unica replica che posso fare é questa: ma che dici??????
    ???????????????????????????????????????????????
    Franco

  3. Credo che tu sappia come la penso in merito, e anche io ho gia’ affermato che questa petizione non mi piace per nulla. Sopratutto perche’ difendere l’identita’ del vino italiano e’ una bella frase, ma ha lo stesso effetto firmare una petizione contro la fame nel mondo: un beau geste dove non si rischia nulla, e passata la nottata si torna a fare quello che si faceva prima.
    Tutto il sistema delle DO (denominazioni di origine) e’ improntato a scelte poltiche, da qui il proliferare di 300 e oltre DOC e DOCG, di cui la maggior parte sconosciute, inutili e non rivendicate. I consorzi di tutela sono diventati di fatto, da consorzi volontari a consorzi obbligatori, dotati di poteri molto forti, in teoria a tutela del consumatore, ma in pratica a tutela di chi ha il potere. La mancanza di qualunque regola di democrazia all’interno dei consorzi e’ stabilita per legge, laddove viene stabilito che chi e’ piu’ grosso piu’ comanda. La poca trasparenza e regole opache completano il quadro (potrei parlare di regole elettorali per eleggere il consiglio di alcuni consorzi che neanche Ceaucescu arrivava a pensare).
    Tutto questo esattamente per difendere non la tradizione, che a parte un pugno di zone in Italia, o non esiste o se esiste andrebbe dimenticata, ma lo status quo.
    Molti non sanno che i disciplinari di produzione delle denominazioni piu’ importanti, quelle che valgono soldi, sono violati “provvisoriamente” (ovvero per sempre, fino a che non fa comodo ai soliti noti) con il concorso delle autorita’ e dei produttori. Infatti il disciplinare di produzione dovrebbe descrivere DOVE e COME si produce qualcosa, ma non CHI. Oggi, per decisione strettamente politica, le province possono decidere di blindare un albo dei vigneti per controllarne la dinamica della domanda e dell’offerta, per cui chi e’ dentro e’ dentro, e chi e’ fuori e’ fuori, anche se rispetta tutto il disciplinare alla perfezione (zone, vitigni, metodi di produzione). Risultato, un Ha di vigneto vale anche 500.000 euro, ma non per la qualita’ intrinseca, ma perche’ non te ne fanno piantare di piu’.
    E’ la solita tentazione dirigistica, anti mercato, che vede nel controllo (che poi come si vede non controlla un tubo) poliziesco e nel controllo dell’offerta la soluzione a tutte le deficenze di produzione, alla bassa qualita’ di qualcuno dei vini che si fregiano del bollino e la possibilita’ di trombare qualche nemico o concorrente.
    Non so se quello che propone Antonio sia la soluzione, puo’ darsi, ma a mio avviso occorrrebbe almeno a) finirla con la farsa dei controllati che si controllano da soli, cioe’ dei Consorzi che assumono le funzioni di controllo erga omnes. E’ bene che i controlli, se ci devono essere vengano dallo Stato o da organismi terzi. b) finirla con tutte le restrizioni al libero mercato, che non vuol dire come qualcuno pensa, assenza di regole, ma il suo contrario. Se voglio impiantare un vigneto a Montalcino e produrre Brunello lo devo poter fare se rispetto il disciplinare, e mi devo confrontare col mercato e non con la provincia o coloro che si sono scavati ricche nicchie di protezione. Che oltretutto provocano solo speculazioni e portano alle frodi c) finirla con tutte le sovvenzioni alla viticoltura, alla distillazione, all’agricoltura in genere.
    Benche’ nello specifico ritengo che il Brunello dovrebbe rimanere 100 % Sangiovese, e lo dico perche’ so che qualcuno si potrebbe attaccare a questo, sulla faccenda dei vitigni la penso esattamente come Antonio. Se uno studia un po’ la genetica vede come autoctono e alloctono siano pure convenzioni che dipendono dal punto di osservazione di chi le usa (senza parlare di alcuni grandi vini italiani prodotti con quei vitigni).
    E poi finalmente anche a me risultano stucchevoli queste rincorse a salire sul carro, se non dei vincitori, quantomeno dei benpensanti. La realta’ e’ spesso un pochino piu’ sfaccettata e i Savonarola non mi sono mai piaciuti troppo.

  4. Buonasera a tutti.
    Il concetto di denominazione di origine nasce dalla necessità che il suo utilizzo sia riservato a coloro che ne hanno il diritto e che il consumatore possa essere protetto da un nome che gli è conosciuto e chi gli evoca un certo tipo di prodotto con certe determinate caratteristiche. Senza la denominazione di origine il mercato sarebbe aperto all’anarchia più totale e il fruitore consumatore sarebbe indifeso.
    Si può certamente, e a ragione, discutere su come sono state concesse le denominazioni in Italia, si può e si deve discutere sulla serietà del lavoro delle commissioni di assaggio, si possono e si devono apportare modifiche affinchè il sistema sia migliorato ma affermare l’inutilità delle denominazioni significa consegnare il mercato in mano ai marchi commerciali, e quindi di fatto alle multinazionali che con l’agricoltura c’entrano niente.
    Con viva cordialità,
    Francesco Bonfio Siena

I commenti sono chiusi