La fine del cibo a buon mercato

A me pare una di quelle notizie su cui pochi si soffermano, se non per scambiarsi due luoghi comuni sul caro-vita al bar, e che invece segnano i punti di svolta di intere epoche.

No more cheap food

Guardate il grafico qui sopra: è l’indice dei prezzi food dell’Economist, creato nel 1845. Ha subito una prima impennata negli anni tra il 1960 e il 1980, e segnala una nuova imponente impennata adesso, da meno di un anno a questa parte (lo sanno bene gli agricoltori che hanno venduto il grano a 15 euro il quintale in maggio, e si ritrovano a venderlo a 45-60 euro il quintale adesso, tanto per dire.

Non si tratta di una variazione congiunturale e di breve termine, ma di una variazione strutturale e di lungo periodo, importante quanto quella del mercato del petrolio (se non di più), su cui vale la pena riflettere. E un buon punto di partenza è il numero dell’Economist in edicola questa settimana, con la sua cover story, dal titolo assai eloquente: The end of cheap food.

6 risposte a “La fine del cibo a buon mercato”

  1. vuoi dire che non devo piu’ rompere le scatole in quelli degli altri?

    Si’, mi piacerebbe. Problemi: avere un bambino (il primo) di ventidue mesi superati i cinquanta anni di vita e i venti di matrimonio; insegnare in una megalopoli; insegnare a studenti con disabilita’. Il primo e il terzo sono sogni che si sono avverati, ma sono sempre problemi grossi. Sotto sotto sono felice, pero’.

    ciao,
    alessandro

  2. Bene, adesso lo sono un po’ di più anch’io 🙂
    Ah, non c’è bisogno di dirlo: da me, blog forum o quel che l’è, i rompiballe sono *specialmente* graditi, lo sai!

  3. L’ho letto qualche giorno fa sull’Internazionale, unico giornale che parla di cose un po’ più interessanti, anche perché in pratica offre un’ottima selezione e traduzione degli articoli di tutti i giornali del mondo.
    Dovrebbero leggerlo tutti…

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