IVLPN, ovvero San Lorenzo e la conversazione che cambia

Rosa fa il copywriter per le case farmaceutiche. Ha avuto un blog in passato, per scopi terapeutici dice con un sorriso in cui appare una vena di nascosto rimpianto. Chissà, magari dopo la cena di stasera apre un nuovo blog

Andrea non è vegetariano, ma se può la carne la evita, gli dà fastidio l’odore e l’idea della carne. La cena del Joia gli piace assai, e si vede. Studia a Siena, mi chiede di iLiad, magari ne parla in università e proviamo ad avviare una sperimentazione anche lì.

Giovanni è lì che non vede l’ora di mettere le mani, l’indomani, su Leopard, e continua a rimuginare idee di networking, e non si dà pace perché sente che in rete, in Italia, si potrebbe fare di più e meglio, insieme. Sforna idee a getto continuo, uno da tenere d’occhio secondo me.

Alberto è consulente per diverse aziende metalmeccaniche, Il Tondino Lo Portiamo Noi, lo prendiamo in giro parafrasando l’IVLPN di San Lorenzo. Non la smette un secondo di parlare, incurante dei riti culinari che si vanno svolgendo con liturgica solennità a tavola, una sorta di discolo opportunamente dissacrante del piccolo e leggero rito che si sta lì celebrando.

Schigi i suoi compagni lo chiamavano così fin dalle medie, contrazione di Schifoso Luigi, rivela già al secondo bicchiere di Champagne. Adesso lo chiamano così anche sua mamma, e i suoi figli. Gran bel naso da sommelier, niente approccio scolastico, col vino ci parla davvero. Bannato da tutti i forum del regno del Gambero Rosso, violento provocatore virtuale, in rete abbiamo litigato alla grande, per la gioia di newsgrouppari forumisti e lurker assortiti. Grazie a San Lorenzo me lo ritrovo accanto a cena, Ma sono una pasta d’uomo, mi rassicura lui. E ci innamoriamo insieme di quel Nero d’Avola biologico con un non so che di Frappato che rivela al naso storie solari ed esotiche senza fine.

Manuela fa il tutor informatico in università, non si dà pace per lo scadimento del livello di creatività degli studenti con cui ha a che fare. Una passione per l’astrologia umanistica maturata leggendo e studiando Jung, traduce (benissimo!) testi per hobby, presto pubblicherò una sua traduzione da queste parti.

Riccardo studia alla Bocconi e intanto fa il suo stage con un economista. Ma hai un blog? No, fa lui. Ma sei sommelier? No, fa lui. Poi se ne esce, beh, i miei in Friuli fanno un po’ di vino, una piccola cosa… i suoi sono la Teresa Raiz, pensa te. Troveremo il modo di farci mandare qualche bottiglia in assaggio, questo è sicuro.

Maria Grazia si è trovata catapultata con l’entusiasmo di una diciottenne (adesso che di anni ne ha più o meno venticinque come me…) nientepopodimeno che alla costituente del Partito Democratico, in onda oggi e domani proprio qui a Milano, eletta nelle liste della Bindi. E’ lì a chiederci preoccupata se ha fatto bene o no, e la risposta è unanime: con una passione così qualsiasi cosa fai non puoi sbagliare. Poi non resiste, e da sommelier qual è anche lei (ok, quasi, preciserebbe lei, sosterrà il mitico esame del terzo anno tra due mesi) si misura con Schigi ed Enrico sui vini che passano nel bicchiere, e sui suoi vini del cuore, il Soave e il Recioto.

Enrico: se non si offende gli dico che un po’ mi assomiglia. Un markettaro borderline, di quelli che sanno perfettamente che l’armamentario del marketing tradizionale, e forse ancora di più quello del sedicente marketing innovativo è vecchio, inutile, costoso, irrilevante, dannoso, e lo combatte, come si diceva una volta, dal di dentro, lavorandoci. Ma è sommelier anche lui, cribbio, e il verdicchio che gli passa sotto il naso stasera lo cattura, lo riporta a quando, un po’ più giovane, partiva con gli amici per cantine nei fine settimana.

Andrea Bezzecchi lo conosco dal 1998, se non sbaglio, giusto Andrea? Arrivò nella mia Loreto con due boccettine del suo aceto balsamico tradizionale che non aveva ancora un nome. Adesso è l’Acetaia San Giacomo. Arriva tardi, si perde metà della cena, ha passato un paio d’ore buone bloccato in autostrada, la prossima volta impari a prendere il treno (gli impartisco così la mia paternale di rito). Ah, il ragazzo ha bisogno d’aiuto: sta sfornando (è il caso di dirlo) un prodotto nuovo, una specie di panettoncino morbido morbido con le amarene e due gocce di balsamico dentro, e non sa ancora come chiamarlo. Gli avevo suggerito un nome straordinario, Pandora. In effetti era così azzeccato che non è disponibile, è già registrato. Ora sta per rassegnarsi a chiamarlo PanEssenza: per favore dategli una mano (Rosa-copywriter-scientifico ci pensi tu?) e trovategli un nome decente prima che compia il misfatto.

Patrice è francese e (indovinate?) sommelier anche lui, miscela esplosiva. Lui è di quelli che ascoltano, apparentemente distratto, ma dice la sua con piccoli cenni di assenso o di dissenso assai chiari ed eloquenti. Non lo dice, ma si vede: il suo gusto e il suo olfatto sono capaci di una concentrazione straordinaria in ciò che mangia e in ciò che beve, e sono sicuro che potrebbe guidare dei corsi di degustazione in maniera eccellente, mi sa che proveremo a usarlo. E’ accanto a Sara, che è anche sua moglie.

Sara è accanto a Patrice, suo marito. Un marito francese, una laurea in storia e qualche anno in Inghilterra, un lavoro a fare catering a Milano, e ora anima della San Lorenzo nella rete, in Italia e in Inghilterra. Energia allo stato puro, combinata ad una capacità organizzativa inappuntabile. E simpatica, cosa che fa la differenza con tutti gli energetici-straordinari-organizzatori che conosco.

Pietro Leemann ci regala un viaggio attraverso la sua cucina concettuale, dedicandoci una saletta tutta per noi con vista al grandangolo sulla cucina al lavoro. Di tanto in tanto si affaccia, si ferma un po’ con noi. Per parlare sì di quel che ha cucinato per noi, ma di più per condividere con noi lo stupore per una compagnia così strana, così eterogenea, così improvvisata, eppure così evidentemente affiatata, felice di essere lì, e perfino competente. E scopre anche lui per la prima volta (mi è parso di capire) che Internet è anche questo, anzi, che Internet è soprattutto questo. Quanto a me, porterò nella mente e nel cuore il suo Ricordo (un barattolino da aprire e mangiare col cucchiaino rubando avidamente come un bambino il suo ghiotto contenuto, mentre dal piatto si leva la nenia musicale di una ninna nanna elettronica) tra le mie venti o trenta esperienze alimentari più belle.

Ecco, sono solo alcuni scampoli di una serata fuori dal comune con persone fuori dal comune. Questo è quello che San Lorenzo sta facendo per farsi apprezzare, per farsi conoscere, per farsi giudicare, per farsi (possibilmente) comprare. Per far cambiare un po’ delle nostre abitudini alimentari, non sempre così buone e giuste. E allo stesso tempo per farsi cambiare, incontrando e ascoltando tutte queste persone.

Potete ancora chiamare marketing tutto ciò? Bah, se ci tenete fate pure.

18 risposte a “IVLPN, ovvero San Lorenzo e la conversazione che cambia”

  1. Questo Schigi è uno (se lo è) che anch’io devo aver fanculato da qualche parte, non ricordo dove e perchè.
    Cosa che mi dispiace, tuttosommato. E chi non ho fanculato, del resto? Organizzaimo un club dei fanculati e dei fanculanti? De visu fancularsi è meglio, no?Poi finisce che diventiamo amici e non ci divertiamo più, vero? Boh…non ci capisco più niente… 🙂 Ti faccio provare io un Frappato serio, se vuoi. Caro Antonio, non è che stiamo invecchiando?..’fanculo…

  2. urca, c’era enrico, me lo immaginavo 🙂 un giorno riusciro’ a partecipare anche io… (come marketer indie)

  3. porcaccia la miseria che bella compagnia che c’era! Mi sa che mi sono perso qualcosa, anche se la volta precedente, a Quistello, non era andata affatto male, non provando a partecipare anche a questo incontro! Di gente che di vino ne mastica, pardon, ne beve e parrebbe saperne, ce n’era parecchia e forse l’atmosfera, senza il barocco-rococò dell’Ambasciata, era più naturale…
    p.s. per l’ottimo Lorenzo di Pianogrillo, (che olio!): bella l’idea del “club dei fanculati e dei fanculanti”. Mi sembra di avere tutte le credenziali per farne parte, no?

  4. ..mi riconosco in ..”Nuvole scorrono veloci,mi soffermo e le osservo felice..”..mi racconti che piatto è?..mi piacerebbe saper che criterio usi per scegliere i tuoi compagni di tavola..io nn rientro in nessuna categoria..accipicchia !!!! silvana.

  5. Rimando a stanotte il mio grazie sul Blog SOAVEMENTE,
    intanto un grazie qui, a te Antonio, a Sara e a tutti gli amici partecipanti. Una serata squisita e indimenticabile.
    Gli impegni di questi giorni mi costringono a un POSTicipo…
    Abbraccione
    M.Grazia

  6. anch’io sono stata una dei fortunati “happy few” di venerdì. un’esperienza veramente al di là di ogni aspettativa.
    grazie a Sara e ad Antonio ,agli amici spero non solo di una sera e a presto.
    Manu

  7. @Antonio: non mi offendo non mi offendo, anzi ! Trattasi di affinità elettive…
    @Gianluca: invidioso eh ????
    @tutti : serata davvero perfetta, cibo vini e soprattutto compagnia e relativa conversazione.

  8. Grazie. Per avermi evitato l’effetto sciòsciò-all’intrusa-che-non-gira-più-in-rete-e-quindi-zitta-e-mucci-che-tanto-tu-non-capire..
    I miei 5 sensi ancora gongolano di carrillon gustativi…

  9. @ Rosa: “..I miei 5 sensi ancora gongolano di carrillon gustativi…” …se scrivi le tue informative scientifiche come i commenti, puoi spacciare ai medici qualsiasi cosa !

  10. allora da quella sera ho imparato tante cose:

    1- prenderi i treni se una cena del genere ti aspetta
    2- gli chef possono anche essere simpatici e umani
    3- un carillon puo’ avere funzioni enogastronomiche
    4- l’importanza delle “consistenze” (che si rischia di dimenticare)
    5- mai dare un assist che possa sfociare in una battuta hard core a Schigi perche’ altrimenti il goal e’ assicurato 🙂

    grazie a tutti per la compagnia e a chi voglia aiutarmi per il nome (ultime ore disponibili)

    andrew

I commenti sono chiusi