E sì, io mi rilasso così, che ci volete fare: https://www.facebook.com/tombolini/posts/10204845059020681?pnref=story

Naturalmente qui Mike ha ragione. Ma ancora per poco. Quel che dirò ora urterà non poco quasi tutti quelli che mi…

Posted by Antonio Tombolini on Venerdì 27 marzo 2015

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Risparmiatevi un sacco di soldi in corsi e convegni 3.0, e leggetevi questa cosa, che scrissi nel luglio 2002 (una tredicina di anni fa), in cui si spiega cos’è il mercato secondo me. E in cui si spiega il perché di tutto quello che da sempre faccio. E in cui si spiega perché Simplicissimus Book Farm ha creato la prima piattaforma di Ecommerce Ambulante: StreetLib.com (andateci, per ora non funziona niente, ma potete lasciare lì un indirizzo email per ricevere aggiornamenti, funzionerà molto presto). Allora, ecco la mia idea di ecommerce (minor edit version), e di mercato:

Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdi, quando c’è il mercato. Da una vita.
Non fa mailing preventivo per stimolare la domanda. Non targettizza il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici. Non si rivolge a me dicendomi Gentile Cliente, o Cara Amica, caro Amico.
Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall’insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall’appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città. E non mi manda sms a tradimento. Né tenta di fidelizzarmi.
Non mi vende uno stile di vita con le sue cipolle.
Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio.
Se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più.

Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti.
Non fa ricerche di mercato: la sua vita è una ricerca di sul e col mercato.
Non ha una mission. Non gli interessa niente del posizionamento strategico.

Non ha nessuna privacy policy: mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi. Ma sa che, perdio!, se si dimentica di mettere da parte per me quelle melanzane che ha solo due volte all’anno, mi incazzo come una bestia e non ci vado più per tre mesi.

A me il marketing non piace. Anzi, diciamolo meglio: io odio il marketing. Come tutti voi, del resto, quando non siete al lavoro e dovete far finta che vi interessa, e che vi piace, mentendo anche a voi stessi.
A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato.

Il marketing corrisponde alla struttura intrinsecamente invasiva della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa.
E come ogni realtà invasiva, è tendenzialmente violenta.
Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing.

Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose.
Mi piace la parola ‘venditore‘, mi piace la parola ‘compratore‘, mi piace la parola ‘commerciante‘, mi piace la parola ‘cliente‘, mi piace la parola ‘bottega‘, mi piace la parola ‘bottegaio‘, mi piace la parola ‘bancarella‘, mi piace la parola ‘ambulante‘, mi piace la parola ‘mercato‘, mi piace la parola ‘soldi‘, mi piace la parola ‘sconto‘ quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore.
Mi piace la parola ‘prezzo‘, mi piace la parola ‘grazie!‘.

Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici.

Che strano mercato, eh?

Enjoy StreetLib. Cominceremo a usarlo per vendere e far vendere a chi vuole ebook. Ma è una piattaforma di ecommerce ambulante. Chi volesse usarla per vendere e far vendere altri prodotti, mi faccia un fischio.

[PS Avevo promesso al dream-team di sviluppo di Simplicissimus, con in testa il capo-progetto di StreetLib Michele, che non avremmo lanciato pubblicamente StreetLib prima del 1 aprile. Ovviamente, ragazzi, si trattava di un pesce: scusate :D]

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Mario Guaraldi

Mario Guaraldi

Ci ho litigato e ci siamo abbracciati mille volte, e mille altre volte continueremo a farlo: è l’unico splendido Grande Vecchio dell’editoria italiana che mantiene lo spirito battagliero del giovane che si porta dentro e non lo abbandona mai, è Mario Guaraldi. Leggetevi questo suo articolo di una settimana fa: IL MERCATO DEI LIBRI CROLLA. E L’ASSOCIAZIONE EDITORI SPOSA LA RETORICA.

Mario ha ragione su tutto, tranne che su una cosa, non secondaria: sbaglia nel continuare a pensare che l’AIE (Associazione Italiana Editori) sia un interlocutore rilevante per le sorti del mercato del libro. E sbaglia a pensare che si tratti, come scrive, di “mandare a casa tutta la dirigenza dell’AIE“. L’AIE non conta più nulla da tempo, tutto ciò che fa e che dice è di fatto irrilevante. E la sua dirigenza è, come è logico che sia, nient’altro che la longa, o forse ormai brevis manus dei tre-quattro gruppi editoriali che cominciano a percepire che col digitale la loro egemonia è destinata a sfaldarsi e a crollare.

Bella buona e giusta mi pare invece l’invocazione di una Costituente del Mondo del Libro. Perché no? Perché non provarci, e a prescindere dall’AIE? Penso, come credo pensi anche Mario, che valga la pena provare a chiedere chi ci sta, e organizzarla per ragionare sui punti chiave da affrontare in termini costruttivi e propositivi, lasciando ad altri la sterile velleitaria difesa di un passato verso cui è difficile provare una pur minima nostalgia. Una Costituente del Libro che si riunisca per una rifondazione, su nuove basi di sostenibilità economica, ambientale e culturale, del mercato e della filiera del libro, con lo scopo di individuare:

  • nuovi modelli di business sostenibili per tutti gli attori della filiera (digital first ecc…)
  • soluzioni digitali per la circolazione della cultura (libri fuori commercio, esauriti, ma sotto diritti, diritti non rintracciabili, ecc…)
  • DRM

Chi ci sta?. Oltre a Mario, intendo, cooptato d’ufficio :)

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STAMATTINA mi sono svegliato con un’idea grandiosa: ma cribbio, mi sono detto, GLI AGENTI LETTERARI! Sì, gli agenti letterari! È vero, ho provato a parlarci di digitale e a ipotizzare collaborazioni millanta volte da diecimillanta anni fa, e niente, muro di gomma, quasi peggio dei grandi editori. Epperò, pensavo tra me e me stamattina, costoro rappresentano un sacco di autori, e un sacco di libri, molti dei quali gli editori di carta non pubblicano, e li hanno lì a rendere niente.
Cosa di più facile, di più win-win, che dire agli agenti “AGENTE! Eccomi qua: pubblichiamo intanto l’ebook dei libri che vuoi promuovere di più, che ritieni migliori tra quelli su cui hai il mandato dall’autore, vendiamoli, facciamo un po’, un bel po’ per uno, tipo che io (Simplicissimus) mi faccio carico di tutte le spese di produzione distribuzione e promozione, e ti do indietro il 50% dei miei ricavi, tu te ne tieni un po’, e il resto lo dai all’autore!“. “Oppure, ho pensato un po’ più tardi, se preferisci, caro Agente, delle spese di produzione e promozione vi fate carico tu e l’autore, e io vi faccio la distribuzione su tutti gli store: mi date il 10%, il 30% lo lasciate allo store che vende, e vi resta da dividervi un bel 60% tondo tondo, mica male no?“. I diritti di carta li lasciamo all’autore, cioè all’agente, e con l’ebook in giro che fa un po’ di vendite e comunque circola, magari diventa più facile convincere anche qualche editore di carta. Oppure ancora, dopo la pubblicazione dell’ebook, se decidiamo insieme che ne vale la pena, pubblichiamo anche la versione cartacea in digitale e la mettiamo in vendita su Amazon.it, senza resi da gestire ecc…

Ho contemplato l’idea per un paio d’ore, il tempo per convincermi che è una vera figata. Detto fatto: informiamoci, sondiamo il terreno, verifichiamo se è vero che gli agenti hanno questo bel po’ di titoli che non produce nulla e non circola. E vediamo se l’idea piace, se vedono davvero il lato win-win della proposta.

Sorpresa: faccio a tempo a sentire il primo degli agenti in lista che mi dice “ssssttt… non dire niente che se no è la fine! C’è già Amazon che ci fa una proposta del genere, ma non vuole che si sappia in giro, e neanche noi!“. E sul fatto che vogliano tenerlo segreto non c’è dubbio: basta googlare Amazon White Glove per scoprire che non c’è nessuna pagina ufficiale dedicata al progetto.

OVVIAMENTE il vostro blogger preferito è qui a spifferarvi prontamente il tutto, tranne il nome della fonte. Ecco come funziona il progetto Amazon White Glove (guanto bianco), una specie di silent fracking del mondo editoriale.

ALLORA: il presupposto è che ufficialmente i grandi editori e gli agenti letterari debbono apparire tutti uniti contro Amazon. Solo a questa condizione infatti possono bellamente fare con Amazon qualsiasi tipo di accordo, anche in danno degli autori.
Ecco allora gli editori stracciarsi le vesti contro Amazon su questioni su cui Amazon ha ragioni da vendere: prezzi alti per gli ebook (alla Hachette), DRM, l’imperialismo americano che viene a dettare legge in casa nostra, e se andiamo avanti così signora mia tutte queste belle librerie indipendenti fisiche chiuderanno tutte e tutte queste altre belle cose indifendibili qua. E non parliamo poi di quell’orribile cosa che è il self-publishing, serbatoio di tutti i mali del mondo, vaso di Pandora letterario pieno di libri che pretendono di farsi leggere a prescindere dal “visto si stampi” di un vero editore!

BENE. Poi Amazon va dall’agente letterario e gli dice “Sentimi a me, mettiamo ‘sti libri che non pubblica nessuno in vendita su Kindle, come ebook. Io mi prendo il solito 30%, il resto te lo prendi tu e lo dividi col tuo autore“. E gli agenti firmano, e fanno firmare gli autori, che così accettano di uscire col loro ebook come self-publishers. Tutto bene dite voi?

MA BENE UN CORNO! Su questo progetto col cavolo che editori autori agenti si incazzano davvero, come si dovrebbe, con Amazon! Perché c’è un piccolo dettaglio: Amazon esige l’esclusiva su quel titolo. Nessun altro potrà venderlo, manco l’autore per conto suo. Se poi ci aggiungete che un ebook Kindle non è cross-platform, questo vuol dire danneggiare sia la concorrenza che la circolazione del libro perché possa essere fruito da tutti quelli che lo vogliono, indipendentemente dall’hardware e dai sistemi che utilizza.

Ecco, su questa cosa sarei pronto, io che ammiro esplicitamente Amazon per quasi tutto quel che fa, al contrario dei tanti che nel mondo dell’editoria ne straparlano male a vanvera, sarei pronto ora a fare ricorso all’Antitrust su questa cosa. I Grandi Editori mi daranno di sicuro una mano…

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Ecco cosa si potrebbe fare da subito se gli editori smettessero di ingabbiare e rendere inusabili i loro ebook in formato EPUB aggiungendogli i famigerati DRM (di Adobe, o in casi molto più limitati, di altro tipo):

  1. L’utente potrebbe comprare ebook da qualsiasi libreria online, una volta qua e una là, e avere una propria libreria digitale con tutti i libri che possiede, per gestirli come crede, indipendentemente da dove li ha comprati. Creare tool di gestione di queste librerie digitali personali sarebbe già un business in se stesso. Grazie ai DRM non si può fare, ma Amazon con Kindle lo fa.
  2. I motori di ricerca semantica potrebbero indicizzare tutto il contenuto di tutti i libri: creare tool di ricerca/raccomandazione/analisi della lettura/analisi strutturale dei testi/indici analitici e un sacco di altre bellissime cose si potrebbe fare. Grazie ai DRM no, ma su Kindle sì.
  3. Tutti potrebbero leggere il libro da una pluralità di device, avendo il testo sincronizzato su tutti. Grazie ai DRM non si può fare, Kindle lo fa.
  4. Le evidenziazioni e sottolineature, così come le note e i commenti, potrebbero arricchire i libri per tutti, indipendentemente dalla piattaforma di fruizione, e chiunque potrebbe creare siti e applicazioni di vero e diffuso social reading. Grazie ai DRM non si può, ma su Kindle sì.
  5. Il mercato degli ebook illustrati interattivi e multimediali, e soprattutto quello degli audio-ebook, potrebbe finalmente partire perché la loro produzione, finalmente su formato standard (EPUB3), sarebbe economica e tutti i dispositivi avrebbero software adatti a leggerli. Grazie ai DRM non si può.
  6. E ovviamente l’utente potrebbe comprare scaricare spostare dove gli pare e leggere i suoi ebook senza i casini che provocano i DRM nel processo di acquisto. Grazie ai DRM comprare un ebook è un atto di eroismo e di fiducia sul futuro, su Kindle no, funziona tutto più liscio.
  7. Eccetera.

La realtà invece è che tutti i grandi editori, e molti dei piccoli editori che per sentirsi più fichi fanno finta di essere grandi, usano i DRM di Adobe. Questo, e solo questo, consente ad Amazon (e ad Apple e a Kobo) di lavorare su formati e piattaforme proprietarie per “rinchiudere” i propri utenti dentro i loro ambienti di acquisto e fruizione.

Ah, dimenticavo: per ottenere questo bel risultato quegli editori PAGANO ad Adobe una bella sommetta per ogni singolo download che viene fatto, perché darsi la zappa sui piedi non è nemmeno gratis. Geniale no?

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