Museum Würth, 1995, Christo+J-C

Museum Würth, 1995, Christo+J-C

Chissà, in qualcuna di queste foto potrei esserci anch’io.

Era il 1995, dirigevo un’azienda di antenne per telefonia satellitare e per quella strana cosa che cominciava ad affermarsi anche in campo civile che si chiama GPS. La tedesca Würth era il nostro principale cliente. Nel 1995 festeggiavano il cinquantesimo anniversario dalla fondazione.

Reinhold Würth, oggi ottantunenne, è un personaggio straordinario: a 19 anni eredita la piccola azienda di viti del padre Adolf, per farla diventare l’Adolf Würth Group, azienda da 15 miliardi di euro di fatturato. Allora sessantenne, pilotava personalmente il suo piccolo jet per spostarsi dall’Europa agli Stati Uniti, viaggiando da solo. Aveva creato un’impresa straordinaria dal niente, e l’aveva creata nella piccola cittadina di quindicimila abitanti in cui vive, Künzelsau, nel Baden-Württemberg.

Ama l’arte, Reinhold, e ci ha investito un sacco. Tanto da creare nel 1991 un incredibile museo all’interno dell’enorme magazzino e centro logistico, cui tutti i lavoratori e i visitatori dell’azienda possono accedere senza soluzione di continuità con l’ambiente di lavoro. E non un museo tanto per dire: Picasso, Ernst, Magritte, Botero, ma anche Cranach, Hans Holbein e altri.

Per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’azienda, il signor Würth penso di invitare non i suoi migliori clienti, no no no. Organizzò una grande festa nella sede centrale di Künzelsau riservata, udite udite!, ai suoi fornitori, il “Suppliers’ Day. A molti la cosa non dirà granché. Per chi come me è cresciuto professionalmente in un mondo in cui le aziende avevano (e molte l’hanno ancora) l’”Ingresso riservato ai fornitori“, regolarmente nascosto, piccolo e sporco, perché quello bello serviva solo per i clienti, si trattava di una vera e propria illuminazione: Würth curava e coccolava i suoi fornitori e i suoi collaboratori più dei suoi stessi clienti, che pure trattava con tutti i riguardi. Fu allora, e fu lì, che imparai che in un’azienda c’è una sola cosa più importante dei clienti (questo è il limite di Jeff Bezos, con cui prima o poi dovrà fare i conti) e sono i suoi collaboratori, esterni o interni che siano, impiegati e fornitori. Da allora in poi, nelle mie cose, e nelle mie aziende, il cliente ha sempre ragione solo e nella misura in cui dimostra il massimo rispetto per chi, anche quando sbaglia, come inevitabilmente accade, sta lavorando per lui.

Torniamo alla festa, al Suppliers’ Day. Quel giorno (non ricordo ora la data precisa, credo fosse di maggio) arrivai in Würth e scoprii Christo: Reinhold Würth gli aveva chiesto di enfatizzare ancora di più la continuità tra il museo e il luogo di lavoro, tra l’opera d’arte e l’opera del lavoro, tra il momento della fatica e quello della poesia. Restai incantato: Christo e la sua Jeanne-Claude (scomparsa qualche anno fa) si erano per due mesi installati nei magazzini e negli uffici Würth per impacchettare tutti gli interni, organizzandosi per non intralciare le operazioni aziendali. Il loro intervento aveva conferito a tutti gli ambienti un’atmosfera di solennità e di regalità che non aveva bisogno di spiegazioni.

Per sei mesi lavoratori e visitatori continuarono a fare le loro cose in questo ambiente. Perché questa è la cifra delle opere di Christo: l’opera d’arte non sospende la realtà fattuale, la quotidianità, ma ne celebra la dignità. Non si erge a bloccare e a negare il contesto in cui si dispiega. Un ponte continuerà a fare il ponte, una scala la scala, e quel tavolino da caffè continuerà a ospitare gruppetti di colleghi seduti a chiacchierare. Ma così impacchettate, anche le più umili funzioni minime e quotidiane vengono celebrate ed elevate al rango di opera d’arte, di luogo privilegiato dell’abitare poetico dell’uomo su questa terra. Così che nessuno potrà salire i gradini di quella scala senza pensarne per una volta la grandezza, la bellezza, la forza, l’adeguatezza silenziosa ma efficace, la fedeltà con cui svolge la sua funzione quotidiana, silenziosamente ringraziando per questo chi l’ha pensata e realizzata.

Così conobbi Christo, anche personalmente, la sera a cena al tavolo di Reinhold che, bontà sua, volle come commensale quell’unico fornitore trentacinquenne fornitore italiano che aveva viaggiato fin lì. Una giornata da impacchettare, se si potesse impacchettare ciò che appartiene al tempo.

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bodoni[Riporto fissandolo qui un mio sfogo originato da questo post di Zio Jo su Facebook, ché lì Zuckerberg continua dolosamente a inghiottire tutto per tutto divorare e tutto condurre al luogo in cui non c’è più memoria.]

Il successo di un libro, come il successo di una canzone, di un quadro, di un tiro in porta, è sempre il risultato di una misteriosa alchimia fatta di dedizione e fortuna, fatica e casualità, talento e relazioni. Thomas Alva Edison e/o Albert Einstein (la citazione è di volta in volta attribuita all’uno o all’altro, e non manca chi, in ambiente letterario, la attribuisce devotamente e disinvoltamente a Umberto Eco) se la cavavano riducendo a due le variabili: “perspiration“, il sudore della fronte, e “inspiration“, l’ispirazione del genio. Col cavolo. Non mancheranno mai successi inspiegabili. Non mancheranno mai libri che nessuno mai avrà letto (erano belli o brutti? Nessuno lo saprà mai). Non mancheranno mai successi travolgenti post-mortem, magari a distanza di anni, decenni, o secoli addirittura, come in musica accadde a un intonatore di organi tedesco del ‘600, tale Johann Sebastian Bach.

Il Caso. Il caso è il maggior protagonista delle nostre vite, in ogni loro aspetto. Tanto più lo è in relazione ai destini di cose effimere come le “opere dell’ingegno“. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, si tratta di una verità lampante. Eppure l’uomo, nella sua illusoria ansia di dimostrare a se stesso di saper governare la vita e il mondo, da sempre ne sottovaluta, fino a cancellarlo, il peso.
Prendi questa: il libro di Fabio Volo vende un sacco.
Magari tra cinquant’anni non se ne ricorderà nessuno. O magari tra cent’anni sarà il solo libro rimasto sulla faccia della terra. A molti piace. A molti altri fa schifo. Per alcuni è scritto male. Per altri è scritto benissimo. Per alcuni è una lettura insopportabile. Per altri dedicarsi a leggerlo è il momento più bello della giornata.
Ma pensaci bene, torna qui sopra, sostituisci a “Fabio Volo” l’autore che vuoi voi: tutto quello che viene dopo resta vero, incontestabilmente vero.
E allora, che ne è della “qualità” dei libri? A cosa è possibile ancorarla?

A cosa ancorare la “qualità” di un libro? A un atto arbitrario, e in quanto tale non-sindacabile da chicchessia. L’atto arbitrario di un lettore, di un editore che sceglie di pubblicare quel libro invece di un altro, di un critico che decide di osannarlo.
E alla stessa “libera-arbitrarietà” sarà possibile ancorare un giudizio di “non qualità” di un libro: l’atto arbitrario del lettore che ne legge una pagina per poi metterlo da parte, quello di un editore che lo cestina, quello di un critico (sia esso, sempre meno, un professionista, o, sempre più, un recensore) che decide di stroncarlo.
Così come la qualità di un libro non può prescindere dalla arbitrarietà del caso (che poi vuol dire “del tempo“) che decide addirittura se far accorgere qualcuno dell’esistenza di quel libro, oppure no.

Per questo continuo a ritenere sbagliate e di retroguardia le raffinate intellettualistiche analisi dei tanti che, a fronte del fenomeno del self-publishing (dove self-publishing = fenomeno per cui più libri e più autori riescono a raggiungere gli scaffali di una libreria, concedendosi una chance di visibilità) si concentrano sul falso problema della “sovrabbondanza“: oddio, i libri adesso sono troppi, come farà il lettore a scegliere e a orientarsi? Con tutta questa roba, esclamano, c’è un sacco di robaccia, chi ci salverà?
Si tratta di uno spettacolare effetto di illusione ottica: tutti questi libri, che oggi affollano sempre più gli scaffali di vetrine virtuali e non grazie al self-publishing, tutti questi libri c’erano già, c’erano anche prima, perché l’uomo ha voglia di scrivere, e ha voglia di farsi leggere. Punto.
Indipendentemente dalle concrete chance di successo, indipendentemente dall’evidenza dei fatti per cui nella stragrande maggioranza dei casi del mio libro non gliene fregherà niente a nessuno, indipendentemente dal fatto che qualcuno possa parlarne bene o male. L’uomo vuole esprimersi. Di più: l’uomo è espressione. Di più: l’uomo è tale NELLA MISURA IN CUI può liberamente esprimersi. E scrivere un libro è uno dei modi della libera espressione, e dunque dell’essere, dell’uomo.

Cosa cambia per il lettore ai tempi dei barbari digitali e delle orde del self-publishing? Come potranno orientarsi dentro la giungla della miriade di titoli da cui sono sempre più assediati? Come aiutare il lettore a orientarsi nella scelta dei libri cui dedicare il proprio tempo?

Alt. Un passo indietro: ho definito “falso problema” quello che risulta dalle analisi dominanti sul fenomeno del self-publishing, quello che afferma che i libri ora sono troppi, troppissimi. Non è vero. Quei libri che grazie alle tecnologie digitali e alla rete oggi si possono concedere una chance di incontro con un lettore c’erano già, erano già tutti lì: erano già tutti lì dentro i cassetti degli autori. Erano già tutti lì nei cestini degli editori. O erano già tutti lì rimasti dentro la testa del loro autore, perché se c’è un deterrente alla scrittura del libro ebbene questo consiste nel non intravvedere neanche una chance che possa avere un lettore. Erano già tutti lì, libri “buoni” e libri “cattivi“. “Buoni” per alcuni, “cattivi”, gli stessi libri, per altri. Oggi arrivano tutti, alla pari, sugli scaffali delle librerie online, e la casta di quelli che pensavano di detenere le chiavi del Regno dei Libri (i Guardiani della Distribuzione) si ritrae inorridita a fronte di tanto spettacolo.

Tutto ciò non è affatto male. Non è male che tutti possano esprimersi scrivendo libri, così come non è male che tutti possano suonare uno strumento, o prendere un pennello e imbrattare una tela o un foglio, o ritrovarsi con gli amici per dare calci a un pallone nel tentativo di emulare i pallonetti di Maradona o i tiri nel sette di Cristiano Ronaldo. Non è un male, anzi, è un bene! OK, precisato questo il problema resta: ma per i lettori?

Come fanno a orientarsi? Ci sono diversi livelli di risposta. Il primo: a caso. Dal punto di vista del lettore non c’è niente di male nell’usare il caso (i più raffinati, quando gli fa comodo, parlano in questi casi di serendipity, ma riguardo ai “nuovi libri” no, evocano solo drammi lancinanti) per cercare a destra e a manca il prossimo libro da leggere. Che comincerò a leggere e poi butterò via se mi fa schifo, e ne parlerò malissimo se ne avrò voglia. O che viceversa obbligherò tutti gli amici a leggere tanto mi è piaciuto. O che mi lascerà indifferente spingendomi a tentare il prossimo.

C’è poi il livello degli strumenti di “discoverability“, di cui usa dire oggi. Alcuni esistono già, altri se ne stanno inventando, chi investe sugli algoritmi, chi scommette sul fattore umano. Autori che se ne fregano di promuovere il proprio libro, e autori che gli dedicano la vita e ogni energia.
Io ho il mio parere: gli Editori. I nuovi editori, in grado di dire “questi sono i libri che io pubblico, in base a questi criteri, facendolo fare a queste persone, con questa storia”. Editori che hanno il compito di traslare in un catalogo la loro visione del mondo, non perché quel che c’è dentro è il meglio, è “la qualità“, contro il resto che è fuori. Ma per proporre a chi legge con onestà una faccia, condivisibile o meno, piacevole o meno, attraverso cui orientarsi nelle scelte.
E anche questo, badate bene, non è la cosa che conta di più, perché quando si tratta del libro, della esperienza di lettura di un libro, la cosa che conta più di tutte è SOLO UNA.

CHE SI LEGGANO LIBRI. Che l’esperienza della lettura di un libro sopravviva, si salvi, e prosperi per sempre. Che si scrivano, per salvaguardare la libera espressione che è l’uomo, e che si leggano, per salvaguardare l’esperienza peculiare che è il libro. Sembrerà sacrilego affermarlo, ma ne sono convinto: da lettore, da editore, da uomo libero. Quello che mi interessa è che l’esperienza di lettura di un libro (così vitale perché qualcuno sia motivato a scrivere, e quindi a esprimere così la sua libertà e il suo essere) sopravviva e prosperi ai tempi del digitale.
Parliamo quindi di perché ci piace questo libro e del percome quell’altro non ci piaccia affatto. Ma rallegriamoci per ogni libro che vede la luce, per ogni libro che viene scritto. E per ogni libro che viene letto.

E rallegriamoci del fatto che – grazie al digitale – ogni libro ha ormai almeno una chance di essere letto da qualcuno, in qualsiasi parte del mondo, e in un momento qualsiasi del tempo, perché grazie al digitale, e alle barriere abbattute da questi “barbari” (di cui mi onoro di essere parte) ogni libro oggi è subito disponibile ovunque e per sempre.

Amen.

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bookweapon
Definizioni

  • Libro è qui inteso nel senso della esperienza-libro. Per una definizione più estesa si veda quella data da Kevin Kelly e adottata dallo Slow Reading Manifesto [qui]. In questo senso il libro di cui qui si parla, e che si intende salvare, non c’entra niente col libro inteso come prodotto-libro, sia esso fatto di carta o elettronico.
  • Salvare è qui da intendersi in senso letterale. Il libro (l’esperienza-libro, vedi sopra) ai tempi del digitale e della rete è in pericolo. Tutto sembra andare verso il più veloce, il più breve, il più rapido. L’esperienza-libro richiede invece per definizione lunghezza, durata, concentrazione prolungata, isolamento.

Cosa bisogna fare

  1. Prendere posizione consapevolmente: di fronte al concreto pericolo di scomparsa del libro ci si schiera tra coloro che intendono operare per salvarlo o tra coloro che ne attendono indifferenti la fine o tra coloro che positivamente operano per facilitarne la scomparsa? Quartum non datur.
  2. Posto che ci si schieri tra coloro che intendono operare per la salvezza del libro, occorre rendersi consapevoli del campo di battaglia: è il mondo-rete, il mondo già oggi e sempre più pervaso e governato dalla rete e dalle sue applicazioni in ogni dominio della vita. Pensare di salvare il libro sottraendolo a questo mondo per custodirlo in altri (illusori) mondi estranei alla rete e al digitale è pura follia (se in buona fede) o intelligenza col nemico (se in malafede). O si salva il libro nel e per il mondo-rete, o il libro muore.
  3. Prima di intraprendere la battaglia occorre saper riconoscere i nemici. Prestando attenzione al fatto che i più pericolosi nemici del libro sono coloro che, giocando sull’equivoco, e intendendo non l’esperienza-libro (vedi sopra) ma il prodotto-libro da cui traggono profitto, si ergono a suoi paladini. Fanno parte di questa schiera quasi tutti i grandi gruppi editoriali: quando parlano del libro, parlando in realtà del prodotto-libro che producono e distribuiscono nelle forme sino ad oggi dominanti. Ogni deviazione dell’esperienza-libro da queste forme è da costoro denunciata come attentato al loro ruolo di custodi e sacerdoti della Vera Cultura, ma ciò che davvero temono è la distruzione del modello economico su cui sono pigramente seduti da secoli.
  4. Finiscono per schierarsi oggettivamente tra le fila del nemico coloro che, affetti da ansia di novità, si adoperano perché il libro diventi, col digitale, tutt’altra cosa rispetto al libro che conosciamo: multimedia, interattività ecc… Sono i fautori del cosiddetto enhanced-book a tutti i costi. Un prodotto che, anche a volerlo chiamare ancora libro, non fa che distruggere i pilastri del libro nel senso in cui qui lo abbiamo definito. Costoro possono però essere aiutati a comprendere e trasformarsi in preziosi (perché competenti e sinceri) alleati nella buona battaglia.
  5. Gli alleati sono invece tutti quelli che amano il libro, come inteso nella definizione di cui sopra. Che è come dire: tutti quelli che amano scrivere e leggere libri. Autori e lettori, figure spesso e sempre più coincidenti nella stessa persona.
  6. Chi ama leggere e scrivere libri li vorrà sempre più disponibili, sempre più accessibili, in tutte le forme possibili: di carta, digitali, audio. E per questo si batte.
  7. Se in una prima fase della battaglia la salvezza del libro passa attraverso l’ebook (la possibilità di estendere l’esperienza-libro al dominio della fruizione digitale e della rete), essa non potrà dirsi riuscita se non salverà anche il prodotto-libro-di-carta, salvandolo da se stesso, o meglio, dalla sua attuale insostenibilità, cui lo relegano i suoi soi-disant paladini.
  8. I tempi sono ormai maturi non solo per insistere sulla via dell’ebook, ma anche per liberare il libro di carta dal virus che lo sta distruggendo: le copie invendute, le rese, che fanno la ricchezza solo dei grandi distributori. A scapito di tutti gli altri: i lettori, che devono pagare di più le copie effettivamente comprate; gli editori, che ci perdono un sacco di soldi; le librerie, che fanno un sacco di movimento e pagano spazi per ospitare roba che non si vende; gli autori, che troveranno sempre più difficoltà a farsi pubblicare dagli editori ormai impauriti, a meno che l’opera non sia più che sicura (?).
  9. Il futuro, la salvezza del libro è nel digital first: l’ebook da un lato, e la sua versione su carta stampata dall’altro, ma grazie al Print On Sale oggi possibile. Si stampa la copia su carta solo quando viene effettivamente ordinata e comprata da un lettore. Fine delle rese. La buona notizia, per chi si schiera tra chi vuole la salvezza del libro, è che adesso si può fare.

Occorre essere preparati e determinati: ribaltare la filiera di produzione e distribuzione del libro di carta significa andare a combattere sul terreno su cui da sempre è insediato il nemico, che farà di tutto per impedire questo passaggio. Noi però siamo pronti. Via!

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I do NOT love e-books

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I do NOT love e-books. I do NOT love p-books. I DO LOVE reading BOOKS.

Reading books in the Digital Age is in jeopardy.

I am doing all what I am doing to save books, to save the reading books experience.

That’s why I’m working hard with all things digital and the Internet, which is exactly where the Reading Books Experience will prosper or die forever.

Yes, I’m here to save books through e-books. And I did learn the hard way that the worst books’ enemies (and so mines too) are the ones fighting against e-books, for the sake of their deep pockets. They will surely fail.

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