bookweapon
Definizioni

  • Libro è qui inteso nel senso della esperienza-libro. Per una definizione più estesa si veda quella data da Kevin Kelly e adottata dallo Slow Reading Manifesto [qui]. In questo senso il libro di cui qui si parla, e che si intende salvare, non c’entra niente col libro inteso come prodotto-libro, sia esso fatto di carta o elettronico.
  • Salvare è qui da intendersi in senso letterale. Il libro (l’esperienza-libro, vedi sopra) ai tempi del digitale e della rete è in pericolo. Tutto sembra andare verso il più veloce, il più breve, il più rapido. L’esperienza-libro richiede invece per definizione lunghezza, durata, concentrazione prolungata, isolamento.

Cosa bisogna fare

  1. Prendere posizione consapevolmente: di fronte al concreto pericolo di scomparsa del libro ci si schiera tra coloro che intendono operare per salvarlo o tra coloro che ne attendono indifferenti la fine o tra coloro che positivamente operano per facilitarne la scomparsa? Quartum non datur.
  2. Posto che ci si schieri tra coloro che intendono operare per la salvezza del libro, occorre rendersi consapevoli del campo di battaglia: è il mondo-rete, il mondo già oggi e sempre più pervaso e governato dalla rete e dalle sue applicazioni in ogni dominio della vita. Pensare di salvare il libro sottraendolo a questo mondo per custodirlo in altri (illusori) mondi estranei alla rete e al digitale è pura follia (se in buona fede) o intelligenza col nemico (se in malafede). O si salva il libro nel e per il mondo-rete, o il libro muore.
  3. Prima di intraprendere la battaglia occorre saper riconoscere i nemici. Prestando attenzione al fatto che i più pericolosi nemici del libro sono coloro che, giocando sull’equivoco, e intendendo non l’esperienza-libro (vedi sopra) ma il prodotto-libro da cui traggono profitto, si ergono a suoi paladini. Fanno parte di questa schiera quasi tutti i grandi gruppi editoriali: quando parlano del libro, parlando in realtà del prodotto-libro che producono e distribuiscono nelle forme sino ad oggi dominanti. Ogni deviazione dell’esperienza-libro da queste forme è da costoro denunciata come attentato al loro ruolo di custodi e sacerdoti della Vera Cultura, ma ciò che davvero temono è la distruzione del modello economico su cui sono pigramente seduti da secoli.
  4. Finiscono per schierarsi oggettivamente tra le fila del nemico coloro che, affetti da ansia di novità, si adoperano perché il libro diventi, col digitale, tutt’altra cosa rispetto al libro che conosciamo: multimedia, interattività ecc… Sono i fautori del cosiddetto enhanced-book a tutti i costi. Un prodotto che, anche a volerlo chiamare ancora libro, non fa che distruggere i pilastri del libro nel senso in cui qui lo abbiamo definito. Costoro possono però essere aiutati a comprendere e trasformarsi in preziosi (perché competenti e sinceri) alleati nella buona battaglia.
  5. Gli alleati sono invece tutti quelli che amano il libro, come inteso nella definizione di cui sopra. Che è come dire: tutti quelli che amano scrivere e leggere libri. Autori e lettori, figure spesso e sempre più coincidenti nella stessa persona.
  6. Chi ama leggere e scrivere libri li vorrà sempre più disponibili, sempre più accessibili, in tutte le forme possibili: di carta, digitali, audio. E per questo si batte.
  7. Se in una prima fase della battaglia la salvezza del libro passa attraverso l’ebook (la possibilità di estendere l’esperienza-libro al dominio della fruizione digitale e della rete), essa non potrà dirsi riuscita se non salverà anche il prodotto-libro-di-carta, salvandolo da se stesso, o meglio, dalla sua attuale insostenibilità, cui lo relegano i suoi soi-disant paladini.
  8. I tempi sono ormai maturi non solo per insistere sulla via dell’ebook, ma anche per liberare il libro di carta dal virus che lo sta distruggendo: le copie invendute, le rese, che fanno la ricchezza solo dei grandi distributori. A scapito di tutti gli altri: i lettori, che devono pagare di più le copie effettivamente comprate; gli editori, che ci perdono un sacco di soldi; le librerie, che fanno un sacco di movimento e pagano spazi per ospitare roba che non si vende; gli autori, che troveranno sempre più difficoltà a farsi pubblicare dagli editori ormai impauriti, a meno che l’opera non sia più che sicura (?).
  9. Il futuro, la salvezza del libro è nel digital first: l’ebook da un lato, e la sua versione su carta stampata dall’altro, ma grazie al Print On Sale oggi possibile. Si stampa la copia su carta solo quando viene effettivamente ordinata e comprata da un lettore. Fine delle rese. La buona notizia, per chi si schiera tra chi vuole la salvezza del libro, è che adesso si può fare.

Occorre essere preparati e determinati: ribaltare la filiera di produzione e distribuzione del libro di carta significa andare a combattere sul terreno su cui da sempre è insediato il nemico, che farà di tutto per impedire questo passaggio. Noi però siamo pronti. Via!

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I do NOT love e-books

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I do NOT love e-books. I do NOT love p-books. I DO LOVE reading BOOKS.

Reading books in the Digital Age is in jeopardy.

I am doing all what I am doing to save books, to save the reading books experience.

That’s why I’m working hard with all things digital and the Internet, which is exactly where the Reading Books Experience will prosper or die forever.

Yes, I’m here to save books through e-books. And I did learn the hard way that the worst books’ enemies (and so mines too) are the ones fighting against e-books, for the sake of their deep pockets. They will surely fail.

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Market Stall

(photo credits Burrard-Lucas Photography)

Risparmiatevi un sacco di soldi in corsi e convegni 3.0, e leggetevi questa cosa, che scrissi nel luglio 2002 (una tredicina di anni fa), in cui si spiega cos’è il mercato secondo me. E in cui si spiega il perché di tutto quello che da sempre faccio. E in cui si spiega perché Simplicissimus Book Farm ha creato la prima piattaforma di Ecommerce Ambulante: StreetLib.com (andateci, per ora non funziona niente, ma potete lasciare lì un indirizzo email per ricevere aggiornamenti, funzionerà molto presto). Allora, ecco la mia idea di ecommerce (minor edit version), e di mercato:

Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdi, quando c’è il mercato. Da una vita.
Non fa mailing preventivo per stimolare la domanda. Non targettizza il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici. Non si rivolge a me dicendomi Gentile Cliente, o Cara Amica, caro Amico.
Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall’insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall’appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città. E non mi manda sms a tradimento. Né tenta di fidelizzarmi.
Non mi vende uno stile di vita con le sue cipolle.
Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio.
Se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più.

Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti.
Non fa ricerche di mercato: la sua vita è una ricerca di sul e col mercato.
Non ha una mission. Non gli interessa niente del posizionamento strategico.

Non ha nessuna privacy policy: mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi. Ma sa che, perdio!, se si dimentica di mettere da parte per me quelle melanzane che ha solo due volte all’anno, mi incazzo come una bestia e non ci vado più per tre mesi.

A me il marketing non piace. Anzi, diciamolo meglio: io odio il marketing. Come tutti voi, del resto, quando non siete al lavoro e dovete far finta che vi interessa, e che vi piace, mentendo anche a voi stessi.
A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato.

Il marketing corrisponde alla struttura intrinsecamente invasiva della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa.
E come ogni realtà invasiva, è tendenzialmente violenta.
Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing.

Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose.
Mi piace la parola ‘venditore‘, mi piace la parola ‘compratore‘, mi piace la parola ‘commerciante‘, mi piace la parola ‘cliente‘, mi piace la parola ‘bottega‘, mi piace la parola ‘bottegaio‘, mi piace la parola ‘bancarella‘, mi piace la parola ‘ambulante‘, mi piace la parola ‘mercato‘, mi piace la parola ‘soldi‘, mi piace la parola ‘sconto‘ quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore.
Mi piace la parola ‘prezzo‘, mi piace la parola ‘grazie!‘.

Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici.

Che strano mercato, eh?

Enjoy StreetLib. Cominceremo a usarlo per vendere e far vendere a chi vuole ebook. Ma è una piattaforma di ecommerce ambulante. Chi volesse usarla per vendere e far vendere altri prodotti, mi faccia un fischio.

[PS Avevo promesso al dream-team di sviluppo di Simplicissimus, con in testa il capo-progetto di StreetLib Michele, che non avremmo lanciato pubblicamente StreetLib prima del 1 aprile. Ovviamente, ragazzi, si trattava di un pesce: scusate 😀]

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Mario Guaraldi

Mario Guaraldi

Ci ho litigato e ci siamo abbracciati mille volte, e mille altre volte continueremo a farlo: è l’unico splendido Grande Vecchio dell’editoria italiana che mantiene lo spirito battagliero del giovane che si porta dentro e non lo abbandona mai, è Mario Guaraldi. Leggetevi questo suo articolo di una settimana fa: IL MERCATO DEI LIBRI CROLLA. E L’ASSOCIAZIONE EDITORI SPOSA LA RETORICA.

Mario ha ragione su tutto, tranne che su una cosa, non secondaria: sbaglia nel continuare a pensare che l’AIE (Associazione Italiana Editori) sia un interlocutore rilevante per le sorti del mercato del libro. E sbaglia a pensare che si tratti, come scrive, di “mandare a casa tutta la dirigenza dell’AIE“. L’AIE non conta più nulla da tempo, tutto ciò che fa e che dice è di fatto irrilevante. E la sua dirigenza è, come è logico che sia, nient’altro che la longa, o forse ormai brevis manus dei tre-quattro gruppi editoriali che cominciano a percepire che col digitale la loro egemonia è destinata a sfaldarsi e a crollare.

Bella buona e giusta mi pare invece l’invocazione di una Costituente del Mondo del Libro. Perché no? Perché non provarci, e a prescindere dall’AIE? Penso, come credo pensi anche Mario, che valga la pena provare a chiedere chi ci sta, e organizzarla per ragionare sui punti chiave da affrontare in termini costruttivi e propositivi, lasciando ad altri la sterile velleitaria difesa di un passato verso cui è difficile provare una pur minima nostalgia. Una Costituente del Libro che si riunisca per una rifondazione, su nuove basi di sostenibilità economica, ambientale e culturale, del mercato e della filiera del libro, con lo scopo di individuare:

  • nuovi modelli di business sostenibili per tutti gli attori della filiera (digital first ecc…)
  • soluzioni digitali per la circolazione della cultura (libri fuori commercio, esauriti, ma sotto diritti, diritti non rintracciabili, ecc…)
  • DRM

Chi ci sta?. Oltre a Mario, intendo, cooptato d’ufficio :)

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